Recensioni

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Una volta a scuola ho beccato un 2 perché ho copiato. Non ero abbastanza avvezzo alle cose della musica a quel tempo, altrimenti avrei sostenuto con fermezza che si trattava di una cover, di un tributo al mio compagno di banco, e me la sarei cavata alla grande. Io la mia parte l’avevo fatta: cambiato un po’ la punteggiatura, magari una parola diversa perché avevo visto male, carta a quadretti invece che a righe. Abbastanza per dare la mia impronta.

Come usa fare di questi tempi, da anni, troppi, e con troppa frequenza, in ambito musicale: rallenti se il brano originale è veloce, elettrifichi se è acustico, metti l’orchestra se in origine c’è una voce e una chitarra, canta una donna se prima era un uomo, friggi se la primigenia release era servita in umido. O il contrario. Et voilà il pezzo è sfornato e vende come il pane. Poiché si tratta di un tributo, alè tutti ad applaudire fino a spellarsi le mani. Albano, Renato Zero, Baglioni, Pausini, Spagna, Riccardo Fogli, Neri per Caso, Pooh, Morandi, Mannoia, Nomadi, Bocelli, Jovanotti, Leali, Zarrillo e via andare. E alla lista infinita, dall’estero arrivano i vari Sting, Peter Gabriel, Bryan Ferry, Phish, Metallica, Rush… Ai quali s’aggiunge, dall’Italia con sguardo sul mondo, Zucchero, musicista di fronte al quale in tanti, da tempo immemore, storcono il naso proprio per avere pescato di qua e di là con impassibile faccia di bronzo.

Oggi con Discover – geniale titolo che gioca con l’inglese – Adelmo Fornaciari compie il delitto perfetto: quando ha preso un brano intero di qualcun altro affermando che si trattava di un riconoscimento, quando il cadavere è a terra e lui, col coltello ancora in mano, non giustificandosi, ammette di essere il killer, che serve andargli a rinfacciare che fino a ieri ha scopiazzato? Col disco di cover è passato al livello successivo. Con Spotify a conferirgli la paternità dei brani e alcune radio a presentare Follow You Follow Me dei Genesis come il suo nuovo singolo…

Ha senso fare una copia de La pietà di Michelangelo (con uno sbuffo in più o in meno), de La Nascita di Venere di Botticelli (sulla zattera e niente conchiglia), della Dama con l’ermellino di Leonardo Da Vinci (piercing al naso e cuffiette alle orecchie)? Il fatto disdicevole non è Zucchero, o chi per lui, che registra musica e parole di un collega, perché entrambi ci lucrano, le royalty arrivano a tutte le persone coinvolte e tutti ci guadagnano (ed ecco il vero motivo per cui il numero dei dischi di cover pubblicati è aumentato in maniera esponenziale), ma spacciare operazioni del genere come prodotti di alto valore, sia artistico (brani che sono il meglio di questo o quello), sia morale (il riconoscimento dei nomi che mi hanno indicato la strada).

Per Follow You, Follow Me Fornaciari ha messo chitarre acustiche e violini laddove era dominio di Tony Banks e delle sue tastiere; lo stesso per Wicked Game di Chris Isaak, The Scientist dei Coldplay, Human di Rag’N’Bone Man, High Flyin’ Bird del country rocker Billy Edd Wheeler a tutt’oggi 88enne: sfumature, aggiunte, sottrazioni. Niente timore però: nulla à la Stockhausen o alla Luigi Nono: si scrive tributo ma si legge “missione vendere”. Alta digeribilità. Non per nulla Last Boys Calling di Roger Waters/Ennio Morricone è pregna di una attualissima aura natalizia che può aiutare a sbolognare qualche copia in più. Tutte cantate in inglese: nel calderone Zucchero aggiunge una spezia, abbassa o alza la fiamma dei fornelli, mescola, manteca, mette il dado (pessima cosa). Ma sempre quello è.

Di tasca tira fuori anche una manciata di brani in italiano, non poteva essere altrimenti: Con te partirò (Bocelli), Fiore di maggio (Concato) in versione da oratorio (non il genere musicale frequentato da Antonio Scarlatti per dire, ma inteso invece come luogo di raccolta di perpetue e chierichetti) e quelli (che lavoraccio!) tradotti e adattati nel nostro volgo, vale a dire Amore adesso (ovvero No Time For Love Now di Michael Stipe dei R.E.M.) e Canta la vita (con la strofa molto Night In White Satin dei Moody Blues ma estratta dal cilindro di Bono, che aveva condiviso l’originale in streaming il giorno di San Patrizio del 2020 dedicandolo anche al popolo italiano, e della cui voce compare un frammento).

Poi il colpo di teatro (anche questo un – wicked – gioco già inflazionato), Zucchero duetta con i morti (De André per Ho visto Nina volare) o con i vivi (Luce di Elisa e con Elisa, dove non manca un piano elettrico balbettante che ricorda tanto Peter Gabriel; e Natural Blues di Moby insieme a Mahmood). È il gioco delle alleanze: registriamo insieme una botta e via, nulla di troppo impegnativo ma che serva a scardinare una nuova porta, a conquistare una diversa fetta di mercato per quanto risicata, non importa. Zucchero si presenta così agli estimatori di Mahmmod che fino a ieri non sapevano chi fosse e viceversa, e lo stesso vale per quelli di Elisa, di Bono, di Sting con cui ha già fatto siparietto. Sono tempi duri bisogna arrabattarsi, inventarsi nuove (?) formule di fronte a una palese mancanza di creatività. E soprattutto occorre saperla raccontare: il tributo, l’omaggio, l’inchino, la riconoscenza all’idolo di gioventù o qualcosa del genere è una parabola che funziona sempre.

La pratica della cover era faccenda delle band alla prime armi che miravano a impratichirsi. Dopodiché la massima ambizione, il passo sempre in avanti, era scrivere la propria musica. Sarà che invecchiando si diventa bambini, come vuole il luogo comune. O che più verosimilmente si perde verve. E pensare che c’è chi, quando non ha più nulla da dire, se ne sta zitto nel suo angolo o si ritira per sempre (Kate Bush, giusto per fare un esempio eclatante della rara ma nobilissima specie). Ma ci sono dei polli da spennare, “un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, e allora tutti a darsi di gomito perché se nel mondo della moda il tarocco o la finta pelle vengono pagati per quello che valgono – poco più di uno straccio – in quello della musica abbondano i piazzisti che vogliono convincerci che la volgare imitazione è più vera dell’originale. Discover o Game Over?

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