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7

Le premesse per il disastro c’erano tutte. Dopo cinquant’anni di carriera, Lord morto, Blackmore-no-more e le corde vocali di Gillan sempre più compromesse, questo disco poteva risolversi in un’autocelebrativa chiusura del cerchio. Il rischio era un’impomatata, tronfia e compiaciuta retrospettiva buona per lanciare un nuovo tour (che in effetti ci sarà), il nécessaire per consentire agli alfieri superstiti di finire di preparare il piano pensione. La grafica di copertina, che nella sua patinata freschezza HD poteva anche ricordare la pretenziosamente sognante cover di Endless River dei Pink Floyd, di certo non ha aiutato a farci arrivare fiduciosi all’ascolto. E se Now What?! funzionava anche (e a tratti molto bene), certo è che dischi volutamente programmatici come questo – un lavoro peraltro pericolosamente definito il “disco prog” della band, in sede di comunicato stampa – tendono spesso e facilmente alla rovinosa debacle.

Così invece non è, e lo diciamo con un grosso sospiro di sollievo. Anche stavolta, probabilmente anche più che nell’episodio precedente, funziona tutto. La puzza di vecchiume (che impregna e ammorba molti colleghi coinvolti in operazioni simili) è assente e il tutto, più che i tratti della nostalgia, presenta quelli del riuscito colpo di coda. Nonostante le premesse, la svecchiata al sound è evidente e felice, grazie alla presenza di Bob Ezrin in cabina di produzione (in pratica, un vero e proprio musicista aggiunto). Il tipo in questione vanta un curriculum di quelli tosti ed è uno che di resurrezioni ne sa a pacchi (tra le sue rivitalizzazioni contiamo Alice Cooper, Peter Gabriel, Kiss, Pink Floyd e gli stessi Deep Purple con il precedente lavoro, ma anche i Jane’s Addiction di Strays). L’aura da dinosauri è così scansata a livello sonoro in favore di una più lusinghiera e meritata sfoglia da venerabili maestri, e il grido, invece di risolversi in un annoiato “ma suonano ancora così?”, diventa un sorpreso ed entusiasta “ma suonano ancora COSI’?”. Su tutto, sembra dominare un sano divertimento e una sincera voglia di suonare ancora insieme.

Gillan, pur sostenuto qua e là da un po’ di coretti, regge, e le cavalcate strumentali sono valide e copiose. I pezzi ci sono, e pur senza strafare suonano freschi e già classici al tempo stesso. È poi del tutto assente ogni concessione alla melodia più intuitiva, e non ci sono ritornelli davvero memorabili. Non che questo sia un male, anzi. Si spazia tra pezzi più tirati e abrasivi (Time for Bedlam, Hip Boots, One Night in Vegas) ed ottime ballate più melodiche dove la menzionata componente prog alza le proprie quote (All I Got Is You, The Surprising), fino a divertissement al sapore di jam improvvisata come il conclusivo omaggio ai Doors di Roadhouse Blues. E se dopo cinquant’anni sarebbe assurdo stupirsi ancora per la qualità portata da Paice e Glover, forse una parola in più la dobbiamo spendere per i due “sostituti”. Don Airey ricalca spesso il canonico suono Hammond trademark dei Deep Purple, ma s’intravvede tra le maglie una personalità tutta sua che non l’ha mai portato ad essere semplicemente un cosplayer del compianto Lord. Il discorso ha una sua continuità anche per quanto riguarda Steve Morse: probabilmente è vero che non potrà mai neanche allacciare le scarpe a Blackmore ma, in tanti anni di militanza nel gruppo, è riuscito nella cosa forse più difficile da fare data un’eredità così pesante, ovvero dare un’impronta chitarristica alla band che sia anche riconoscibilmente sua.

In questi anni di chiusura del cerchio e di definitivo (s)cambio generazionale, probabilmente poche altre uscite di scena sapranno essere così valide e dignitose. Se sarà davvero la fine, rimpianti non ce ne saranno, ma solo gratitudine.

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