Recensioni

Un po’ come il rock, anche il post-rock è morto talmente tante volte che in realtà sembra sempre più vivo e vegeto. Solo in quest’ultimo anno i ritorni di Sigur Ros ed Explosions In The Sky, due opposti dell’immenso arcipelago post-, le nuove forme assunte dai veterani del genere come per i Black Duck e le nuove leve come Bosco Sacro (in forme più ethereal-wave) o Bondo (dalle tessiture più slow-core), nelle ovvie diversità espressive di un genere così ampio e sfaccettato che non se ne vedono i confini, ci dicono di una vivacità magari non più rilevante come un ventennio fa ma mai sopita. I Dead Bandit, ovvero Ellis Swan e James Schimpl, il primo americano e con un ottimo lavoro su Quindi alle spalle (3am del 2022), il secondo polistrumentista canadese, erano già passati per l’etichetta fiorentina in occasione del loro debutto From The Basement. Ora quelle atmosfere sospese e notturne vengono reiterate in questo comeback umorale ed etereo che lascia addensare nelle 13 tracce che lo compongono un pulviscolo sonoro di matrice malinconica che tocca un ampio spettro di possibilità: dalle suggestioni southern gothic ai classici elementi cinematici, desertici e morriconiani nello specifico, propri del genere, passando per tensioni darkeggianti, rallentamenti slowcore e saturazioni tra ambient e shoegaze senza mai raggiungere l’evanescenza della prima e il parossismo del secondo. Eppure, non di mero revival sembra trattarsi tanta e tale è la cura e, insieme, la riuscita di piccole gemme come la title track, Blackbird, Peel Me An Orange o Somewhere To Wait che, tra beat soffusi a fare da impalcatura, intarsi di chitarre, atmosfere ora oscure e dilatate, ora pastorali e distese in modalità quasi ambient-folk, fanno di questo disco una sorta di lunga suite composta da piccoli slittamenti su un canovaccio coeso e sensato, quasi si trattasse di una spettrografia degli stati d’animo dei due autori.
Musica cullante e insieme inquieta, insomma, sempre al crinale tra veglia e stasi onirica – ipnagogica, si sarebbe detto un tempo –, crepuscolare e poetica alla maniera di un Pan American o dei Labradford, per capirsi. Perché nell’ampio arcipelago post-rock, il mare solcato dai Dead Bandit è quello made in Kranky: onirico, meditativo, ectoplasmico oltre che elegante, misurato e fascinoso per chi predilige un certo tipo di ambientazioni sonore da dormiveglia.
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