Recensioni

Dave Gahan ha speso parole cariche di miele ed entusiasmo per questo lavoro, a quanto pare frutto di un profondo viaggio interiore da cui il quasi sessantenne frontman dei Depeche Mode è riemerso con dodici canzoni che, per motivi diversi, si porterebbero dentro frammenti di memoria, sfaccettature emotive, pezzi della sua vita insomma. Guardando alla discografia solista di Gahan e alle due precedenti collaborazioni con i Soulsavers, ad emergere è una spiccata predilezione per il blues, sia pure sbilanciato sul rock e con qualche neanche troppo dissimulata attitudine gospel, ma sotto alla superficie cova da sempre un piglio da crooner che nel team di produttori/musicisti angloamericano (anche se nella cartella stampa si parla del solo Rich Machin: che fine ha fatto Ian Glover?) trova la miglior sponda possibile. Alla luce di questo, la scelta di pubblicare un disco di cover pare addirittura consequenziale.
In casi del genere, già la scelta dei titoli dice molto: si parte con il classicone blues-soul The Dark End of the Street (portato al successo da James Carr e poi riletto da mezzo mondo) e si chiude con quella Always On My Mind fattasi monumento nell’interpretazione del tardo Elvis Presley. Insomma, Gahan non ha paura di misurarsi coi mostri sacri, ma il viaggio alterna a tappe più note (Smile firmata da Charlie Chaplin ma resa celebre da Nat King Cole, Not Dark Yet di Bob Dylan, Lilac Wine che tutti conosciamo soprattutto per le versioni di Nina Simone e Jeff Buckley…) altri passaggi meno scontati, come la splendida Shut Me Down del compianto Rowland S. Howard o Where My Love Lies Asleep di Gene Clark. Dal repertorio di Neil Young poi viene pescata A Man Needs A Maid, canzone nota sì, ma non proprio un cavallo di battaglia del Loner canadese (anche se amatissima dai fan), politica che Gahan sembra avere seguito anche con Mark Lanegan (di cui ha scelto Strange Religion), Cat Power (Metal Heart) e PJ Harvey (The Desperate Kingdom of Love).
Una scaletta che, devo ammettere, mi lascia con un dubbio: ci racconta di un individuo (di un musicista) libero da obblighi verso regole e aspettative, oppure di un prodotto costruito col bilancino per accontentare sia il pubblico più mainstream che quello – come dire – “alternativo”? La risposta, probabilmente e come spesso capita, sta nel mezzo. Nel complesso parliamo di un disco elegante, gli arrangiamenti sono puntuali, generosi in senso classico e duttili, capaci di adeguare senza sforzo il registro al mood del pezzo, senza con ciò disperdere la coerenza dell’insieme: si senta a titolo di esempio il passaggio da Smile – piano e contrabbasso – al crogiolo di chitarre e organo di The Desperate Kingdom of Love (che all’inizio sembra curiosamente citare Sing Along dei Grant Lee Buffalo!), oppure tra il folk-soul in apnea onirica di Lilac Wine e lo strappo hard-blues irrorato gospel di I Held My Baby Last Night (l’originale è di Elmore James).
A tenere uniti gli ingredienti – in una sorta di mantecatura poetica e sonora – è proprio il vocione di Gahan, che del resto sembra pienamente consapevole del ruolo che è chiamato a recitare. E proprio qui sta il problema. Già, perché un altro aspetto decisivo in caso di cover è – naturalmente – il confronto con l’originale (o le altre versioni note). Ribadita l’efficacia degli arrangiamenti – con le sonorità sorrette da molto mestiere, talora a un passo dalla patinatura ma in definitiva realizzate con intensità e calore -, a rappresentare un limite mi sembra proprio l’interpretazione vocale: laddove ricordiamo il lacerarsi o l’accartocciarsi di anime esposte (ad esempio nelle versioni originali di Metal Heart, Shut Me Down o Not Dark Yet…), Gahan si preoccupa di tratteggiare un profilo – il proprio – solido seppure partecipe e ombroso, si mette al centro del palcoscenico ma di lato rispetto alla canzone, non sembra insomma disposto a farsi scorticare più di tanto, tutto è come pacificato in una quiete che non segue né precede alcuna tempesta.
Viene da pensare all’operazione American Recordings di Johnny Cash (con la produzione di Rick Rubin, nei cui studi Shangri-La di Malibu è stato del resto inciso Imposter), ma senza quel senso di precipizio imminente che emana(va) dalla voce di Cash, autore tra l’altro di una versione memorabile di Personal Jesus in American Recordings IV, album citato in alcune interviste dallo stesso Gahan come punto di riferimento per quest’ultima fatica. Che resta un buon ascoltare, certo, ma a farsi luce ascolto dopo ascolto è la sensazione di proiettili sparati perlopiù a salve. Peccato. Da un impostore mi attendevo qualcosa di più.
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