Recensioni

Il Paper Monster di quattro anni fa rappresentò un debutto solista più che dignitoso, in cui Gahan mostrava una scrittura forse non geniale ma ben innestata sul fusto della propria ossessione, ovvero il blues nient’altro che il blues. Una certa franchezza anche imbarazzante svolgeva il ruolo di valore aggiunto, vizietto che non perde questo Hourglass, scritto e prodotto assieme a due turnisti depechiani, il chitarrista Andrew Phillpott ed il batterista Christian Eigner.
E’ grazie a loro, presumo, che la barra si sposta sensibilmente verso soluzioni electro più strutturate quando non raffinate, vedi il tramestio lasco e vetroso in un inquieto chiarore Notwist di Insoluble oppure le omeopatie Badalamenti nella vaporosa trepidazione di Miracles.
Ma il "manico" ovvero la penna di Mr. Gahan è quella che è, i limiti sono evidenti per quanto li dissimuli aggrappandosi ad un vissuto di tutto rispetto e graffiando con una certa personalità. E’ il caso della sdegnosa Use You, quasi una versione cibernetica di Black Velvet di Alannah Myles, o di quella Kingdom perfettamente inscritta nella minacciosa mitologia industrial/pop/wave così cara ai fans dei Depeche (per quanto il chorus sembri ispirato a certi Duran Duran).
Quanto al resto, il sound pesca spesso dalle gotiche scenografie periodo Songs Of Faith And Devotion (l’ebbra A Little Lie, la torva Saw Something), ammiccando talora l’assedio sfrigolante imbastito dagli U2 dei Novanta (se i ghigni tribali di Deeper And Deeper ricordano vagamente Mojo, la sferzante 21 Days caracolla ombrosa come una The Fly al ralenti). Immagino sia anche il caso di sottolineare quanto le strofe della conclusiva Down siano pressoché identiche a quelle della radioheddiana Creep, ma questo non vi suoni come una condanna. In fondo Hourglass è il prodotto dignitoso di un non-genio con molto appeal, impegnato a non sconfessare un rispettabilissimo passato.
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