Recensioni

La Stardust, polvere di stelle di Danny Brown, arriva dopo la crisi di mezz’età profonda e radicata in Quaranta, album che aveva fatto di toni cupi, introspezione e numerosi interrogativi — sociali e personali (dalla memoria alla vecchiaia, passando per la gentrificazione e i vizi umani) — la matrice per ri-raccontare una poetica già di per sé ricca, unica e in continua espansione.
Qui, a due anni di distanza, torna il Brown versione super-villain MF DOOM-iano, immerso in una pozzanghera di elettronica pulsante, hyper-pop glitchato, delirante e astratto. Come se il collage rap anarchico di Scaring The Hoes raggiungesse finalmente l’orgasmo sintetico che gli ultimi feat di Brown preannunciavano (M3 N MIN3 con Femtanyl, Psychoboost con Jane Remover e The Great Bakunawa con Quadeca) e che i due singoli anticipatori del disco, Starburst e Copycats, concretizzavano.
È la dimostrazione che ritmi incalzanti, suggestioni glitch, caos e alterazioni vocali abbiano ormai “infettato” pop, indie e derivati, anche in alta classifica: basti vedere realtà come underscores, Frost Children e Jane Remover (che troviamo in tracklist) espandere i linguaggi dell’indie, il duo 100 Gecs nel limbo tra pop e rap, o ancora Bladee, Yung Lean, A. G. Cook, 2hollis, fino ad arrivare al caso più massificato di tutti, Charli XCX (Copycats è amica strettissima di Brat).
L’album, allora, quarto sotto warp e più “warpiano” in carriera, si incornicia in un’estetica ben definita, in cui Brown si mostra già veterano, mettendo ancora una volta in luce un’incredibile abilità nel costruire nuove, immediate comfort zone ed esplorarle a fondo con maestria.
Lo sentiamo in Starburst, brag rap sintetico e umoristico da capogiro, dove l’idioma di Danny è più camaleontico che mai; o in 1L0v3myL1f3, piccola perla dreamcore con ritornello inebriante. O ancora meglio nell’epopea The End, racconto tripartito di dipendenza, risalita e ricerca della felicità in una condensa di breakbeat, grappoli sonori e melodie traslucide (con perfino un feat di Ta Ukrainka, rapper ucraina).
Nel complessivo quella di Stardust risulta più un’operazione estetica più che narrativa, dove vincono il divertimento, la sperimentazione e gli omaggi: una scelta comune nella scena hip hop, specie dopo un album più impegnato e catartico per certi versi, e che lo stesso Brown aveva percorso con il gustosissimo esercizio di stile hip hop uknowhatimsayin¿, che seguiva Atrocity Exhibition. A fronte di un innegabile onnivorismo artistico quindi, gli si perdonano anche i momenti più tiepidi (la manieristica, e un po’ kitch, 1999 o la simpatica ma amatoriale Lift You Up) e, più in generale, un’evidente regressione poetica rispetto ai lavori precedenti: meno concetti, più movimento.
Poco male, perché al centro c’è sempre un artista che tenta di ricostruirsi a ogni uscita, e che non manca di autoanalizzarsi nemmeno in questo caso — ne sono l’esempio i due brani con Quadeca, Book of Daniel e What You See, dove il club spegne le luci, il pulsare si arresta, i ritmi si quietano e le parole prendono forza in quel serico marasma tra space rock e shoegaze che solo il producer/rapper/cantante di Los Angeles riesce a creare così efficacemente.
Con Stardust Danny Brown consolida il suo status da cane sciolto dell’hip hop, dimostrando in meno di un’ora di poter padroneggiare una nuova estetica a ogni uscita. Questa volta è al lato più pulsante e “queer” dell’elettronica contemporanea (non a caso gran parte degli ospiti sono transgender, non-binary o omosessuali, tutti protagonisti della scena odierna) che dedica un intero capitolo, costruendo un banchetto divertente e divertito grazie a una tracklist che non sconvolge, ma in fondo non stanca mai.
Il sesto LP del quarantaquattrenne di Detroit è lontano dai classici del repertorio per impatto ed esiti, ma è un altro solido mattone in quella che è una delle più intelligenti carriere che l’hip hop sperimentale abbia mai avuto.
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