Recensioni

Non toccare il vetro della gabbia. Dentro c’è qualcuno da non disturbare. Sta creando musica, sta costruendo la versione migliore di sé stesso. Stai lontano. Ma non toccare nemmeno un altro vetro, uno più metaforico, il cuore, il “vetro dell’anima”. Quello già è stato toccato abbastanza. Quel qualcuno è stanco di provare certe emozioni, le ha affrontate con molto coraggio da poco, spaccando in mille pezzi le maschere che ha sempre usato per raccontarsi. Quindi basta. Da qualsiasi angolazione voglia interpretare la situazione: non toccare il vetro, lascia fare.
È Big Poe la figura in questione, un uomo con il collanone anni ‘90 vestito di rosso. Nella copertina del suo nuovo album lo trovi senza maglia, come un action figure da collezione pronto a combattere. Nel videoclip di Stop Playing With Me, invece, balla davanti a due speaker giganteschi, ricalcando un certo immaginario hip hop appartenente al passato, fatto di cypher, sound system e gioielli luccicanti. Big Poe è ciò che St.Chroma ha liberato dalle catene dopo tanto tempo: l’irriverenza pura e il dinamismo sfrenato, spiaccicati su una tracklist che non vuole nient’altro se non scatenarsi ed esplodere, senza scrupoli, senza calcoli.
La nuova, grezza e bellicosa forma di Tyler, The Creator arriva in DON’T TAP THE GLASS, l’album meno lavorato e complesso da diverso tempo. Genuino, frettoloso ma irresistibile, è il disco che segue Chromakopia a brevissima distanza di tempo (da ottobre ‘24 a luglio ‘25), la più breve in carriera, sul piano temporale, ma la più distante sul piano spirituale. La fatica precedente, turning point maturo, profondo, ambiguo e abbattitore di finzioni, si scontra così con i suoi postumi, quelli di un artista che si è tolto tanti sassolini, tante maschere, e ora può cantare il suo dominio incontrastato, la sua libertà trascinatrice.
Nient’altro dunque, solo essere sé stessi e sbollire dalla pesantezza endemica dell’opera precedente. Ecco spiegato perché questa nuova fatica è nata proprio durante il Chromakopia tour, il che solleva un’altra nota importantissima: a giocare con le contraddizioni e con i cambi d’umore, solo Tyler è talmente bravo da non risultare mai incoerente agli occhi del pubblico. Ecco allora lo scacco matto, l’antitesi in grado di spruzzare nell’aria un fascino altro e immediato, che ti si appiccica addosso con violenza. Il caos cercato e trovato non è quello cervellone e magniloquente di Cherry Bomb, è più leggero e privo di pretese, miscelato a un gusto compositivo che è innegabile e lampante, a dimostrare una maturità artistica in costante evoluzione. Le pieghe, quelle di un’elettronica sognante lato Igor, di un abstract industriale e martellante, di un ponderato retrogusto new wave e di un richiamo alla doppia h dello scorso secolo, si riempiono di bassi iper-distorti, percussioni frettolose, wall of sound ipnotici, synth invadenti.
Il marasma è quello che solo un pazzoide geniale può creare così efficacemente. L’intro Big Poe, con Pharrell Williams sotto l’alias Big Sk8tbrd, è perfetta per introdurre il menù: provocatoria e sfrontatamente convinta di sé, tra spacconeria da MC e flex materialisti. Spulciando tra le tracce poi, la brevissima Mommanem è un POV disturbato e ansiogena, tra respiri affannosi e inquietanti cantilene, seguita a ruota dalla sopracitata Stop Playin’ With Me, collosa e alienante. Sucka Free invece è la cronaca di un MVP senza scrupoli (“I’m that guy, tryna get my paper, I’m that guy for everything”), mentre Don’t Tap That Glass / Tweakin’ è bouncy e vintage al punto giusto. A distendere il ritmo, una Ring Ring mid-tempo tra falsetti e synth anni ’80, e un’outro, Tell Me What It Is, a concludere i 30 minuti più intensi e diretti della carriera di Tyler. È la vera chicca del lotto, squisita, passionale e angelica, richiamando Igor in tematiche e direzioni sonore (“Tell Me What It Is, before I open up my heart again” cantato nel tipico falsetto).
Appiccicoso, divertente, provocatorio, sopportabilmente superficiale, intelligente. Don’t Tap The Glass non è l’album rivoluzionario che ascolteremo negli anni a seguire, né tantomeno l’opera adatta a scomodare i grandi picchi. Di certo trascina e alza dalla sedia come poco altro riesce a fare, rimarcando ulteriormente la caratura artistica del suo creatore. Tyler continua a giocare nel suo campionato, sottolineando di saper fare veramente tutto. Lasciamogli il microfono e uno studio, e qualcosa lo tira sempre fuori. Basta non toccare il vetro e non disturbarlo, in tutti i sensi.
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