Recensioni

Si sa, le zone costiere di un grande stato federale o regionale che sia (lo abbiamo imparato anche con la Cina in seguito al recente diffondersi del famigerato nuovo Coronavirus, ma in precedenza era accaduto con le elezioni di Trump e Bolsonaro, con la Brexit e diremmo pure con le recenti regionali in Emilia Romagna), sono più aperti alle influenze esterne, più liberal, progressisti. A volte, però, l’eccesso di intellettualismo può essere percepito come snobismo, tracotanza, specie se non si riesce più a parlare alla “base”, se si recide il legame di empatia tra tribuna e uditorio. Accade in politica, nei media, così come nell’arte. Dan Deacon, che è nato a West Babylon, nello stato di New York, ne è un esempio. Bravo, per carità, ma il mondo ha davvero bisogno di opere che sembrano più il frutto di un autocompiaciuto rimirarsi l’ombelico e non creano la benchè minima breccia nell’animo di chi ascolta?
Cinematico, giocoso, originale, Dan Deacon, ma – appunto – perso in un quello che appare un puerile crogiolarsi nelle sue pur indubbie qualità. A un lustro da Gliss Riffer, la sua ultima prova in studio, e a tre anni dalla colonna sonora Rat Film Soundtrack, l’artista americano torna con un album che è un po’ il compendio del suo stile, e quindi in un certo senso racchiude in sè pregi e difetti di tutti i suoi predecessori, con l’aggiunta che non ne è neppure lontanamente migliore. La gran parte di questo Mystic Familiar lascia un po’ la sensazione che averlo ascoltato sia stata una perdita di tempo, un divertissement più per l’autore che per noi, al netto di qualche episodio appena più interessante degli altri o che perlomeno riesce nell’intento di ritardare lo sbadiglio. Va bene divertirsi coi suoni, va bene il pop “caramelloso”, “giocattoloso”, però a volte troppo zucchero filato può risultare indigesto.
L’andazzo è chiaro fin dal primo brano, quella Become A Mountain che è una sorta di filastrocca allucinata introdotta da un altrettanto allucinato e ossessivo rintocco di piano e che poi si apre a scenari quasi giovannialleviani, il che non è un complimento. Così come Arp è una pièce abbastanza ridondante suddivisa in quattro atti numerati ordinalmente (I: Wide Eyed, II: Float Away, III: Far From Shore e IV: Any Moment) e che si muove tra i confini di un intro (I) e un outro (IV) dalla batteria anni ’80 e un piglio arty che alla fine – tra tappeti di synth, sax pindarici, pennellate dream pop e vocoder in perfetto stile Devo, Alan Parson Project e Tubeway Army – prende quasi per sfinimento. Appena meglio Sat By A Tree, primo estratto del disco e girotondo di infantile synthedelia ad abbracciare trame quasi roots-rock intessute di violini da mondo fantasy, un po’ come se uno Springsteen in versione Atreiu de La storia infinita salisse su un carro alato trainato da Falkor e spalleggiato dagli angeli Arcade Fire, Fanfarlo e Wolf Parade.
A far da contraltare a cotanto eccesso di elementi, ecco poi i suoni elettroacustici e minimali di Weeping Birch, parentesi strumentale con notevole intreccio tra il violoncello di Ruby Fulton e il drumming di Jeremy Hyman. Appena più ispirata sembra Fell Into The Ocean, anch’essa dai suoni decisamente 80s, suoni che però tornano in My Friend e lo fanno solo per stancare ulteriormente. Insomma, alla fine della giostra diciamo che è stata una faticaccia. Il consiglio è: risparmiatevela.
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