Recensioni

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Approcciarsi a un Damien Jurado arrivato all’album numero diciassette è un compito tanto difficile quanto stimolante. Sì, perché parliamo di un artista che ama cambiare sempre un po’ il suo punto di vista, l’angolazione da cui osservare i fatti ma senza stravolgere nulla della sua cifra stilistica e senza mettere in pericolo la sua riconoscibilità. Difficilmente si sbaglia nell’identificare Jurado sulla batteria spazzolata di Helena o a cavallo di quei giri tipicamente country di Joan o ancora in quel cigolio domestico, sia esso udibile come fu in The horizon just laughed o da immaginare come in questo ultimo lavoro.

Stiamo già parlando di The monster who hated Pennsylvania, album autoprodotto e debutto per la sua nuova etichetta Maraqopa Records. Jurado torna accompagnato ancora una volta da Josh Gordon e Alex Bush per chiudere un’altra trilogia: dopo quella di Maraqopa, in cui insieme al compianto Richard Swift il mood generale parlava di escapismo e di sperimentazione psych, The monster chiude quella iniziata dal già citato The horizon e What’s new, tomboy?. Ancora una volta a Jurado bastano appena trenta minuti per dipingere «dieci intense storie di persone determinate a non lasciarsi abbattere da circostanze terribili» (così dal suo sito ufficiale) con pennellate asciutte e un linguaggio essenziale: «The world is a liar, the stars are a must». Gli spettri sono gli stessi di sempre e il soprannaturale è lì che si mostra in quell’alba finta (Dawn pretend) o in  quei fantasmi nascosti (Hiding ghosts), ma in queste storie c’è una luce più forte che Jurado lascia entrare rispetto al passato. Le aperture di brani come Song for Langston Birch, Johnny Caravella e perfino di quella Male customer #1 così evocativa rendono, The monster… il punto di arrivo di una ricerca, l’ennesima dell’artista di Seattle, compiuta e faticosa.

Ridurre un discorso così complesso alle classiche dicotomie cui siamo abituati risulterebbe uno svuotamento del senso del lavoro di Jurado che, con una coerenza rara, continua a scrivere per raccontare sensazioni. Tipo quella dell’impermanenza, «And we were never as big as the world» (Helena), concetto cardine del Jurado-pensiero costruito con pazienza in venticinque anni di carriera. Apprezzare Jurado quindi, ancora una volta, è qualcosa di più. È apprezzare un modo ormai raro di fare musica e un’occasione unica di immergersi in un mondo onirico fatto di ricordi, presenze, voci e di quella luce di cui parlavamo prima che si mescola sempre con l’oscurità («Just stick around till the light pushes into the darkness»). Un patrimonio di tutti che sempre più spesso, a causa di divieti autoimposti o obblighi sociali, ricacciamo giù nel nostro punto più recondito. The monster who hated Pennsylvania è la possibilità di riuscire ancora a farlo.

È finita una fase o ne è appena cominciata una nuova?

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