Recensioni

Storici della musica dance, prendete nota. Abbiamo tutti studiato – e i più grandi e/o fortunati hanno vissuto – i miti fondativi di Detroit e Chicago, la club culture di New York, le commistioni di Londra e gli eccessi di Berlino. I più curiosi e attenti, però, avranno già da tempo fiutato le correnti che spirano da altri luoghi, ridisegnando la cartografia della dance music contemporanea.
Nell’ultimo decennio, e nell’ultimo lustro in particolare, abbiamo visto consolidarsi nuovi epicentri, nuove sonorità, nuove scene: Lisbona, Città del Messico, Durban, Shanghai e, più recentemente, Kampala. Proprio la capitale dell’Uganda è il polo intorno cui ruota uno scenius dall’incontenibile energia creativa. Un ecosistema in cui artisti, pubblico e infrastrutture si alimentano a vicenda e partoriscono risultati a volte sorprendenti.
A coagulare questo fervore creativo pensano le etichette Nyege Nyege Tapes e Hakuna Kulala, sul fronte discografico; e il Nyege Nyege Festival su quello performativo (e parliamo di un’eco che si fa sentire anche nella ‘vecchia’ Europa: Rian Treanor ha esplicitamente riconosciuto l’importanza dell’esperienza al Nyege Nyege per le sue produzioni recenti). Se Nyege Nyege Tapes è fieramente afrocentrica nella sua proposta sonora – alzi la mano chi aveva già sentito parlare del singeli – la “cugina” Hakuna Kulala è invece un laboratorio di chimere dove stilemi a noi noti vengono frullati e rimodellati (ri)acquistando quella connotazione di alterità aliena che ha sempre accompagnato la miglior musica elettronica.
In poco più di due anni, Hakuna Kulala si è imposta nel panorama elettronico più avanguardistico, complice il relativo successo di Slikback, uomo di punta della formazione ugandese. Quest’ultima, riuscitissima, fatica arriva da un outsider certificato e non tradisce le aspettative. Shigeru Ishihara, in arte DJ Scotch Egg, è un artista giapponese di stanza a Berlino, attivo da quasi due decenni. Per farvi un’idea del personaggio in questione vi basti sapere che il suo live berlinese per Boiler Room è un baccanale a base di chiptune, gameboy, grembiuli da cucina, padella con pancake, gabber, breakcore, moshpit, stage diving, maschere di cavalli, e goliardate del genere. Ora, immaginate che l’uomo in grado di aver spinto il pubblico apatico delle Boiler Room a pogare selvaggiamente venga invitato per una residenza al Nyege Nyege festival. Immaginate che, come prevedibile, il Nostro si faccia prendere dall’entusiasmo e dall’ispirazione a seguito degli incontri e degli scambi con gli artisti nell’orbita del festival. Bene, il risultato è questo Tewari. Registrato modificando opportunamente il proprio moniker da Scotch Egg a Scotch Rolex (nome di un popolare street food ugandese), l’album è un caleidoscopico e coinvolgente distillato di trap, dancehall, grindcore, 8 bit e industrial.
Scotch Rolex sa bene che l’unione fa la forza, ed ecco che ben 8 tracce su 11 vedono la collaborazione di artisti di casa Hakuna Kulala/Nyege Nyege. Tempo una manciata di secondi e comincia l’assalto con Omuzira, sorta di industrial trap col featuring della nigeriana MC Yallah, che ritorna più avanti con flow incendiario sul beat ultra abrasivo di Juice. Gli episodi più ballabili vedono le collaborazioni di Chrisman (Cheeza) e di Swordman Kitala (Nfulula Biswa); simil-dembow a gettare un ponte coi caraibi la prima, mentre nella seconda l’MC residente a Kampala intona un canto sciamanico, quasi indemoniato, su un beat minimalista tribal-industriale.
La varietà stilistica non manca in Tewari, e quella che in altri casi potrebbe essere presa per giustapposizione confusa di idee e riferimenti, è invece resa omogenea dalle coordinate umorali di fondo: c’è una claustrofobia opprimente che aleggia dall’inizio alla fine dell’album, e un senso di minaccia indefinito anche nei brani più club-friendly. Prendete la title track, che ad un ascolto superficiale può sembrare una semplice strumentale trap con venature 8-bit. Prestate attenzione alla melodia chiptune, ai sample vocali, alla corrosiva texture sonora, e verrete proiettati in una distopia in men che non si dica.
C’è un carattere distopico in Tewari, ed è una distopia dionisicamente accolta. Né paventata, né romanticizzata. Come a dire che se non possiamo rendere questi tempi bui un po’ meno bui, tanto vale ballarci (o qualunque altra cosa venga voglia di fare per questi 37 minuti) su. Che altro si potrebbe fare, altrimenti, sul mix di calore afrotribalista e freddezza meccanica industrial di U.T.B. 88, o sull’ibrido grindcore-bass di Wa Kalebule, se non danzare sull’imminente fine del mondo? Afro Samurai con Don Zilla, altro artista del roster di casa Hakuna Kulala, trae in inganno con quel titolo à la RZA. Ma invece di beat e sample cinematografici, ci aspetta un crescendo di tensione fra droning, rumore bianco, ululati, mugugni, grida sofferenti e raffica di percussioni. Più che in un tempio Shaolin, qui siamo in un horror ambientato nell’Africa tecnodistopica.
Le ciliegine sulla torta, infine, sono probabilmente i tre pezzi con Lord Spikeheart. Kenyano, metà dei Duma che tanto favore di pubblico e critica hanno riscosso col loro grindcore elettronico pubblicato su Nyege Nyege, Lord Spikeheart è il sacerdote occulto chiamato da Scotch Rolex a dispensare grida malate e perversamente perturbanti sui beat più aggressivi confezionati dal producer giapponese. Una scarica di adrenalina, una discesa agli inferi catartica che immaginiamo metterebbe d’accordo clubber e teste metal in trance per l’assalto ritmico e verbale.
Ad album concluso rimane la piacevole sensazione di aver ascoltato il frutto genuino di una scena emergente inarrestabile nel valicare confini e ridisegnare cartografie sonore. Chissà se in futuro penseremo alla Kampala degli anni ’20 come oggi pensiamo alla Londra e alla Berlino degli anni ’90. Nell’attesa, riascoltiamo Tewari.
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