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7.7

La label danese Posh Isolation non dovrebbe aver bisogno di presentazioni, per gli amanti della musica underground più innovativa, estrema e interessante in circolazione in questo momento in Europa. Responsabile dell’uscita di lavori di artisti come Puce Mary, Mischa Pavlovski, White Void, la label di Loke Rahbek e di Christian Stadsgaard è oramai un vero e proprio culto cui è doveroso rendere omaggio. Oltre a una forte dose d’inevitabile e comprensibile hype nordeuropeo, la Posh ha mostrato di avere forze e sostanza per ergersi come un faro, sia per un certo modo di far musica, sia per il sapersi muovere con un proprio stile nell’ambito delle label indipendenti che propongono musica alternativa in puro spirito DIY, dribblando con proposte tra post punk, elettronica, noise, power electronics e via dicendo.

Ennesima conferma dell’alta qualità delle sue uscite è proprio l’ultimo disco dei Damien Dubrovnik (duo formato dagli stessi Rahbek e Stadsgaard), Vegas Fountain, pubblicato in vinile il 30 marzo 2015. Descrivere la musica del duo è un’operazione abbastanza ardua, poiché, pur muovendosi in un ambito noise, harsh con marcate influenze post-industriali, i Damien Dubrovnik sono essenzialmente artisti che hanno nella dimensione live la loro ragion d’essere. Assistere a una performance del duo, infatti, è come trovarsi di fronte ad una sorta di contemporaneo “Teatro della Crudeltà” inteso, nei termini di Antonin Artaud, come puro spettacolo del sacrificio estremo. Chi ha visto le rare esibizioni dei Nostri sa di cosa si parla: Rahbek, rischiando un’elettrocuzione, riesce a rendere la sensazione di un uomo che sta affogando, con i suoi gemiti sott’acqua catturati dal microfono. Urla oltre l’umano s’infrangono come martelli sui vetri, mentre frequenze sonore ai limiti della sopportazione e prodotte dalle macchine analogiche e dalla musica concreta di Stadsgaard, disegnano disperati paesaggi post-industriali (vicini, per certi versi, ad alcune cose della compagna d’etichetta Puce Mary), in cui il suono si fa carne dolente e sanguinante. Noise come purificazione, in un viaggio feticista dove identità sessuale e rumore s’infrangono in uno strano impasto di androginia e misantropia: è questa la chiave per affrontare tutti i lavori a firma Damien Dubrovnik.

Vegas Fountain riesce nel difficile compito di fotografare impietosamente la follia del loro teatro della crudeltà, a catturare nei solchi del vinile la traccia di un percorso in cui nulla, proprio nulla, ci viene risparmiato in termini di impatto emotivo. Il disco si apre con le frequenze di una On Its Double che sembra citare nel titolo il famoso saggio di Artaud Le Théâtre et son Double. Sono circa dieci minuti di taglienti frequenze che crescono su un tappetto rumorista, mantenendo altissima la tensione e proiettandoci in un mondo ansiogeno e paranoico, subito prima del tuffo nel rumore bianco di Interior 1: Upper Lip. La successiva Fingers Into Majorelle invece è una delicata operazione chirurgica in cui guanti in lattice s’infilano in luoghi nascosti della nostra psiche tra dark ambient post-industriali e frequenze tra Pan Sonic e Brighter Death Now.

Il disco mostra nella copertina un montaggio di foto di asciugamani in una stanza bianca, riecheggiando gli interni delle case danesi che qui rivaleggiano con il pallore cadaverico della pelle del polso che si intravede nella composizione. Il collage suggerisce un paesaggio astratto preso in un montaggio di attrazioni eidetiche e cromatiche. Per certi versi, è l’equivalente visivo di Interior 2: See Water Glass e Interior 3: Matching Window Blinds And Lampshade, episodi sospesi tra architettura sonora e paranoie feticiste nascoste negli angoli del proprio habitat, che qui vengono messe spietatamente in luce.

L’apparente candore e l’hype non traggano in inganno: dietro al corpo efebico da fotomodello di Rahbek (anche membro della band synth-wave Lust For Youth, oltre che responsabile di diversi progetti elettronici come, ad esempio, Croatian Amor) si può nascondere un pezzo d’inferno che proprio nel progetto Damien Dubrovnik trova il suo sfogo catartico e salvifico. Chiude il disco il brano Vegas Fountain (memore proprio di sonorità alla Croatian Amor), il quale tesse una cupa melodia su paranoie sessuali e tentazioni nichiliste il cui il “mondano” brucia tra i clangori metallici di un desolato presente, prima della necessaria redenzione attraverso l’arte performativa, qui abilmente fotografata e incisa nei solchi di vinile.

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