Recensioni

Da quando nel 2017 le Officine Grandi Riparazioni di Torino hanno riaperto al pubblico con una veste tutta nuova, è stata subito chiara l’intenzione di restituire al capoluogo piemontese qualcosa che potesse fungere da hub transmediale in grado di spaziare tra le arti visive, la musica e la cultura in senso lato.
Una missione nobile che però non sempre fa centro perdendosi ogni tanto tra progetti ed eventi particolarmente catchy che rischiano di offuscare gli intenti originali e di trasformare il tutto in un locale un po’ alla moda come tanti altri.
Nonostante quest’ambiguità identitaria di fondo bisogna comunque ammettere l’importanza in città di una realtà simile.
E così, dopo il concerto sold out di Keanu Reeves e i suoi Dogstar, le OGR hanno replicato la collaborazione con il Sonic Park festival di Stupinigi ospitando un’altra importante celebrità del nostro tempo. Stiamo parlando di Tom Morello, figura così leggendaria del rock da non aver bisogno di troppe presentazioni.
Andato in scena lo scorso 10 luglio, il live di Morello è stato un vero e proprio evento spettacolare non privo però di scelte e di modalità performative che hanno destato diverse perplessità soprattutto nei giorni successivi. Ma procediamo con ordine.

Cominciata con il breve ma intenso live dei newyorchesi The Last Internationale, la serata ha fin da subito lasciato presagire l’arrivo di lustrini e fuochi d’artificio in puro stile “Made in USA”: una sensazione trasmessa da piccoli e diffusi atteggiamenti che puntavano molto al coinvolgimento del pubblico nonché all’autocelebrazione e all’utilizzo di un certo tipo di retorica.
Oltre allo slogan “Cease fire”, applicato tanto sulla grancassa della batteria dei The Last Internationale quanto sul retro della chitarra di Morello, sono stati non pochi i momenti che hanno favorito la veicolazione di messaggi politici in maniera piaciona e a tratti ruffiana.
Fra questi è impossibile non menzionare l’apertura del concerto di Tom Morello con una registrazione di Bella Ciao che ha prevedibilmente entusiasmato tutto il pubblico presente nella Sala Fucine (circa un migliaio di persone). Tutto è lecito certo, ma ciò che è difficile da mandare giù è il modo col quale, soprattutto dopo l’esperienza con i Rage Against The Machine, Morello abbia continuato a proclamare un certo impegno politico pur facendo parte, in tutto e per tutto, dello show business. A questa attitudine contraddittoria (insomma, fa sempre un po’ strano vedere multimilionari sposare ad esempio la causa Occupy Wall Street) si aggiungono anche featuring vari con la qualunque che hanno inevitabilmente accresciuto la sua notorietà nonché il suo conto in banca.

Ciò che sostanzialmente si contesta al celeberrimo chitarrista è il suo voler ostentare un certo stile di vita rimanendo comunque perfettamente omologato al sistema. Certo, i Rage Against The Machine hanno sempre pubblicato sotto major, ecc. ma forse a un personaggio come Zack de la Rocha non è mai interessato troppo giocare con una certa ideologia per alimentare al contempo la propria aura come fa invece il compagno Tom. Con una premessa simile alcune cose orchestrate durante il live, appaiono così più nitide, come ad esempio la presenza sul palco di Roman Morello, figlio tredicenne di papà Thomas che, con addosso la maglia del Toro, ha dato sfoggio a tutto il suo indiscutibile talento suonando la chitarra perfino dietro la testa.
Ma com’è stato in definitiva il concerto alle OGR? Un prodotto qualitativamente alto ma a tratti scontato costituito da parentesi esplosive, incitazioni e spacconate varie che a lungo andare hanno lasciato il tempo che trovavano. Sorprendente invece il momento dell’esecuzione di Gossip che non ha riscosso troppi consensi dimostrando che, fortunatamente, il pubblico non era lì per vedere “quello che ha suonato con i Måneskin”.

Tra la riproduzione di quegli effetti simil scratch che sono poi diventati il suo marchio di fabbrica e derive folk blues (bella e intima, a tal proposito, la springsteeniana The Ghost Of Tom Joad), c’è da dire che Tom Morello ha dato tutto il meglio di sé. E dopo alcune immersioni negli universi Audioslave e Rage Against The Machine (emozionante, in chiusura, il medley di brani firmati RATM tra le quali ha spiccato il riff indimenticabile di Bulls On Parade), il concerto è volto al termine con forse la canzone più attesa di tutte, Killing In The Name Of.
Tecnicamente impeccabile, il live di Morello ha contribuito ad alzare l’asticella dell’offerta culturale delle OGR ma, ciononostante, si è comunque portati a chiedersi quanto fattori come l’hype o la risonanza mediatica di determinati artisti determinino il modo stesso di fare cultura. In Italia e non.
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