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Villa Torlonia è un palazzo storico in cui si mescolano memorie pascoliane – il padre del poeta visse qui con la sua famiglia quando fu amministratore dei possedimenti del Principe Alessandro Torlonia – e altri eventi storici di una certa rilevanza. Il cortile interno del palazzo e il prato antistante all’ingresso sono, assieme alla Rocca Malatestiana di Cesena, le sedi di Acieloaperto Festival, manifestazione musicale assai virtuosa (date un’occhiata al programma delle varie edizioni) diventata negli anni uno degli appuntamenti più importanti del calendario estivo nostrano. Chi vi scrive ricorda ancora con piacere una edizione del 2018 in cui suonarono, tra gli altri, Black Rebel Motorcycle Club, Eels e Public Image Ltd: quest’anno, avere la possibilità di vedere dal vivo una band come i Wilco – eufemisticamente parlando, frequentatori assai sporadici di queste latitudini – è stata davvero una bellissima sorpresa.

Il clima della serata è piuttosto informale, il set-up del festival accogliente ma essenziale: due o tre stand per il cibo all’esterno del cortile della villa, un bar all’interno, l’inevitabile banchetto del merchandising degli artisti e poco altro. Ma sul prato esterno c’è anche il secondo palco, che vede alternarsi a inizio serata Angelica – one-woman-band piuttosto sicura di sé e in bilico tra songwriting e un funk senza particolari declinazioni sperimentali che tende evidentemente verso il pop ibrido di formazioni come i Coma_Cose  – e poi il cantautorato d’esperienza di un Bianco accompagnato per l’occasione da Roberto Angelini alla slide guitar. Antipasti tutto sommato gustosi, ma stilisticamente parlando abbastanza lontani da quello che si  ascolterà da lì in poi.

Oltre ai Wilco, infatti, in cartellone c’è Courtney Marie Andrews, una che ci era piaciuta moltissimo ai tempi di album come Honest Life – era il 2016 – e meno negli sviluppi discografici successivi, ripiegati sempre di più su una tradizione country-pop apprezzabile ma non indispensabile, se capite cosa intendiamo. Detto questo, vederla dal vivo è comunque una esperienza intrigante, vuoi per la voce cristallina dell’artista, a metà strada tra (passateci il paragone azzardato) Dolores O’Riordan e Joan Baez, vuoi per la grazia che un canzoniere elegante e impeccabile come il suo dimostra. Il giusto impasto di suoni per partire idealmente dall’Italia e arrivare in men che non si dica a Nashville.

Wilco, foto per Acieloaperto di Roberta Paolucci (2023)

La tappa successiva è invece Chicago: i Wilco si presentano sul palco con tre chitarre, basso, batteria, organo, synth e pianoforte, e suonano per più di due ore limitando gli interventi e le pause al minimo sindacale, e lasciando alla musica tutto lo spazio. Alla fine i brani suonati saranno ben 23, con più o meno altrettanti cambi di strumenti al termine di ognuno di essi, tanto per far guadagnare la proverbiale pagnotta anche ai concentratissimi tecnici di palco. I Nostri sono da sempre musicisti virtuosi e decisamente sul pezzo: per un Nels Cline fuori scala – non solo per le doti tecniche messe in mostra alla chitarra elettrica con la band di Tweedy, ma anche per una produzione discografica solista ammirevole in bilico tra jazz e sperimentazione – c’è un basso di John Stirratt che si rivela un’architrave molto importante del suono, almeno quanto gli arricchimenti poli-strumentali di Pat Sansone e il binomio chitarra acustica-voce del frontman.

Che si parli di una Handshake Drugs chiamata a dare il via alle danze, di una Cruel Country malinconica e folk estratta dall’omonimo album del 2022 o magari di una Impossible Germany nobilitata da un assolo finale di Cline semplicemente stellare, la sensazione è sempre quella di trovarsi davanti a certi automatismi da fuoriclasse tipici di qualcosa di più di una semplice band: quasi una famiglia, verrebbe da dire, in cui consapevolezza ed empatia vanno di pari passo e dove la somma delle parti è sempre superiore ai singoli fattori. Se ne accorge anche il pubblico, che regala ai musicisti un entusiasmo quasi da stadio, “costringendo” Jeff Tweedy a simpatici gesti di esaltazione che non ci saremmo aspettati da uno come lui – braccia alzate messe in mostra in più frangenti, come se la sua squadra avesse segnato un goal – oltre agli inevitabili ringraziamenti e a un certo senso divertimento generalizzato.

Insomma, si sta bene, si ascolta ottima musica e il merito è un po’ di tutti quanti. Bene così, e un grazie all’organizzazione lungimirante di Acieloaperto per un live che non dimenticheremo facilmente.

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