Recensioni

Il critico Paolo Isotta afferma che non esiste una sola Sicilia. Ne esistono molteplici, che ai continentali si svelano e nascondono come in un gioco di specchi. Se tutto ciò fosse vero, Dimartino sarebbe la penombra che su questi riflessi riesce a mettere in prospettiva colori e sapori della sua terra, il quotidiano e il sociale del nostro paese, e un cantautorato ricercato e atemporale.
Parliamo di cultura, e allora in un periodo arido e oscuro come quello che stiamo vivendo, non può che essere l’Università il luogo-cardine in cui ci si lavora su artigianalmente, giorno dopo giorno. In fondo è lo stesso concetto che sta dietro l’operato dell’autore di canzoni. È proprio quello che dice Antonio Dimartino nel talk che precede il suo concerto al Tau dell’Università della Calabria. Si tratta di un’occasione per capire nel dettaglio l’opera di spersonalizzazione che un cantautore deve fare quando scrive per altri e, allo stesso tempo, quanto il sociale, e quindi la politica, entrino nel bisogno di parlare della realtà e di quello che circonda gli artisti.

Le molteplicità della cifra stilistica che soggiace ai Dimartino si svela così in una serata di marzo in cui l’inverno lotta per non lasciare troppo campo libero all’imminente primavera. Ascoltare il soundcheck a teatro vuoto lascia intuire di che spettacolo si tratti: le barre luminose disposte in stile rétro giocano con i dinamismi del live e coi quattro musicisti. Se gli album di Antonio sono elaborati e arrangiati al meglio, non si può dire che il live non renda le sue canzoni un riflesso di melodie pop, ritmiche mediterranee e istantanee di vita quotidiana, attraverso cui passa la storia. È il caso di Niente da dichiarare che in tempi di porti chiusi e muri, assume un significato ancora più profondo, passando da monito a triste presa di coscienza dei fatti di cronaca.
Il gioco di specchi è garantito da una band granitica che fa perno sull’impeccabile Giusto Correnti alla batteria, sulla versatile Simona Norato e sulle tastiere di Angelo Trabace. Quando i tre aggiungono le proprie voci a quella di Dimartino, che lascia il suo basso soltanto per qualche brano con la chitarra, il teatro sembra gonfiarsi fino a esplodere in un’emozione collettiva e condivisa. La platea è scaldata dall’apertura di Naip, che si muove freneticamente tra synth, sequencer, pad e loopstation, che rendono il suo one man project non solo precisa riproposizione del suo disco di debutto uscito l’otto marzo, ma anche una sorta di happening imprevedibile e meta-comunicativo.

Il live di Dimartino, per qualità uno dei migliori in circolazione, è invece un flusso continuo in cui classici come Maledetto autunno o Ormai siamo troppo giovani e brani di Afrodite (La luna e il bingo, Feste comandate) si mescolano in un’unica narrazione che incanta e riempie i silenzi attenti di una splendida cornice. Il tutto è impreziosito dalle incursioni di Mirko Onofrio e dal duetto con Dario Brunori in Daniela balla la samba.
Alla fine del concerto i lunghi applausi esprimono gratitudine, perché le molteplicità di Dimartino e della sua terra sono tutte lì sul palco. È grazie a questo che a fine serata si torna a casa emozionati e pensierosi, un po’ scottati dall’abilità che questo artista ha di toccare certe corde ben nascoste. Dopotutto, il suo gioco di specchi continua a riflettere sensazioni che attraversano il calore meticcio mediterraneo e le orchestrazioni beatlesiane in una luce che rende questo artista sempre fedele a se stesso – e a una certa tradizione cantautorale del nostro paese – e, allo stesso tempo, bravo nello smarcarsi da possibili affinità estetiche e concettuali con altre scene e colleghi. Ecco, il live di Afrodite serve a dare corpo all’espressione più unico che raro.
(Foto di Pietro Scarcello)
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