Recensioni

6.8

Fausto (Lama) e Francesca (California) si sono presi una pausa dalla frenesia del mondo e del successo e, per un tempo relativamente breve, anche da loro stessi in quanto coppia. Questo è l’antefatto di Un meraviglioso modo di salvarsi, l’album che vede il ritorno dei Coma_Cose (e i Mamakass in produzione) dopo la partecipazione al 71° Festival di Sanremo e il conseguente EP Nostralgia. Se nel lavoro precedente il tema era un viaggio nei ricordi e nelle nostalgie, connesso con l’impossibilità di spostarsi per colpa delle restrizioni pandemiche, il nuovo disco racconta la voglia di resistere al presente e alla vita, di accettare i numerosi percorsi non-prestabiliti, di slanciarsi (e quindi tornare a muoversi) verso quello che sarà, senza mai dimenticare da dove si è venuti. Per fare ciò, prima si è dimostrato necessario mettere un punto allo stridore del vivere quotidiano, alle incomprensioni e alle divergenze, alle ingenuità e ai disagi «dell’avere vent’anni» (l’esordio con HYPE AURA, 2019), e ripartire dalla tenerezza di una chiamata improvvisa, dal conseguente incontro e contatto fisico, dal bisogno di esserci l’uno per l’altra (e, per esteso, gli uni per gli altri); per esempio già nel primo skit Oltre gli alberi (in totale sono tre, con altre parentesi simili dentro qualche brano), California parla di «salvare i sogni prendendo insieme la rincorsa», dando inizio a quello che gli stessi Coma_Cose hanno definito un diario, sebbene poi somigli più a un manuale personale su come – per l’appunto – salvarsi.

Chiamami, il lead single di Un meraviglioso modo di salvarsi, è la tipica ballad dei Coma_Cose perfetta per un distratto ascolto in radio, in cui chitarre wave, batteria e qualche effetto elettronico sottolineano la malinconia di un testo che parla apertamente del periodo di distacco vissuto dal duo («Ho superato le onde di un mare che a volte mi butta giù / per ritornare nel punto dove incontrarti e non c’eri più»); come al solito, per quanto riguarda registro e melodia, si viaggia sul doppio binario twee (lei) e melodico italiano (lui), con la morbidezza del pop che si sostituisce di prepotenza alla ruvidità dell’hip-hop («Mentre nascondo la rabbia lo specchio mi guarda senza pietà / Mi servirebbe soltanto un abbraccio uno slancio d’umanità»). Ma quello a cui si deve prestare attenzione è l’equilibrio con cui Lama e California dialogano tra di loro, perchè il dialogo, inteso proprio come l’incontro/scontro di due voci (due idee, due passati, due personalità) alla ricerca di un punto comune, sta alla base del racconto di Un meraviglioso modo di salvarsi.

Ecco che assieme alle Chiamami del caso, compiendo un cambio di rotta quasi repentino (sulla scia inaugurata da quel bel Nostralgia), troviamo gli accenni psichedelici di Odio i motori, curioso brano senza ritornello in cui i Coma_Cose mettono in successione tre generi italiani (hip-hop old school, melodico, rock), separati di netto da piccoli frammenti di conversazione (simbolo del momento successivo alla chiamata di rappacificazione); il dito è puntato contro il frastuono del presente, il Rumore sociale (skit numero 2), colpevole di distrarre, allontanare e isolare chi cerca il contatto con l’altro («Odio i motori perché fanno rumore / E perché portano lontano le persone»). Di perdita di sé si parla anche in Transistor, inedita parentesi di pura elettronica analogica in stile anni Ottanta/primi Novanta (un vago ricordo dei Subsonica e dei Bluvertigo) che descrive l’incubo di un mondo schermico à la David Cronenberg; più avanti nella scaletta, cinematografica – ma con tono opposto – è anche Napster, divertita citazione della blaxpoitation e dei Beastie Boys («Il codice fiscale /È come un mp3 / Della tua identità reale / Per catalogare le anime»). 

Tornando invece al mondo del torbido, delle incertezze e dei labirinti da cui fuggire, la centrata Foschia si apre e si chiude con California accompagnata da un lento tappeto ossessivo, spezzato nel centro dal dinamismo di un rap nuovamente old school affidato a Lama («Guardo la gente per capire cosa sia normale / Io che vorrei solo sfuggire a certe regole / Anche se in quanto umani forse abbiamo senso solo tutti insieme»); in linea con questo approccio psichedelico si trova anche l’improvvisa coda di Calma Workout, che rende degno di ascolto un brano altrimenti troppo prevedibile («Se resto ferma immobile / Il male si consolida / Sarebbe meglio correre / Perciò mi alleno un po’ / I sogni sono muscoli»). E poi, a giustificazione del piacevole ritorno all’hip-hop classico e a quelle realtà musicali che alimentano la passione dei Coma_Cose, nella seconda parte del disco arriva l’episodio più bello, Sto mettendo ordine, in cui Lama, lasciato praticamente da solo, racconta a cuore aperto il suo percorso umano con una scrittura ispirata e commovente («Strano rapporto per me da sempre quello con il rap / Che quasi non mi riconosco»).

Ma come anticipato, accanto a questi brani di particolare interesse ci sono invece quelli che scorrono senza particolari pretese, tra formule già sentite e melodie orecchiabili (radiofoniche, nell’accezione peggiore). Però, spezzando una meritata lancia a favore, siamo comunque lontani dai tanto odiati giochi di parole, no-sense e naïvetés di HYPE AURA. La Resistenza è quel brano che vorrebbe essere il singolo-bomba da lanciare in ogni dove, dato che nel testo inquadra alla perfezione il senso dell’intero album, ma siamo nei soliti territori dei Coma_Cose e del nuovo pop italiano che è già vecchio («E allora rischiare / provare a cambiare / tirare a cantare / cercare di amare e ignorarne l’assenza / negli anni della resistenza»). Stesso discorso vale anche per Maldinoia, affidata tutta al twee appiccicoso di California, Giorni opachi, in cui si torna a parlare di passato e di periferia, e la conclusiva Sei di vetro, un romanticissimo lento talmente sfacciato che sembra fatto più per loro stessi  che per coloro che stanno ascoltando.

Ad oggi dobbiamo riconoscere Un modo meraviglioso di salvarsi come il lavoro più maturo, significativo ed esemplificativo dei Coma_Cose, reso possibile dal breve ma intenso Nostralgia (che al tempo, proprio per il loro passato più “sciocco”, sorprese in positivo). Ma è anche vero che il coraggioso obbiettivo di trovare un punto comune, un’equilibrata sintesi tra tante suggestioni e influenze, non è stato raggiunto, o almeno non se si considera l’album nella sua interezza. Le premesse erano ottime, con un immaginario ben definito e originale a suo modo, eppure rimane la sensazione che si potesse osare di più, svincolandosi dalle voglie radiofoniche e, perché no, dal vecchio pop. E questo perché ancora una volta il duo (che non può più essere considerato tale) ha preferito rimanere nella rischiosissima zona grigia per ciò che concerne il pubblico: mai così graffiante e articolato per coloro che sono abituati alle sfide della complessità, mai così catchy e d’impatto per chi invece preferisce una spensierata immediatezza.

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