Recensioni

Nostralgia è un neologismo frutto di una crasi tra Nostra e Nostalgia e possiamo intenderlo come una metaforica via di mezzo tra due mondi, quello individuale e quello collettivo. Nell’ultimo anno la nostalgia è diventata la nostra compagna stabile, alcuni di noi li ha colti pure di sorpresa, quindi si è rivelato necessario trovare il modo, specifico a ognuno, di spolverarla e ricollocarla nei ripiani più adatti a una pacifica convivenza. Quando il presente ci viene negato, costretti all’interno delle quattro mura domestiche, e il futuro trasla in maniera schizofrenica dall’essere prossimo all’essere remoto, il passato sembra l’unico terreno fertile in cui ripensarsi, sia per recuperarne gli aspetti migliori sia per mettere un punto a ciò che abbiamo sempre voluto perdonarci. Perciò di quel periodo che-non-è-più si ripercorrono i passi, anche quelli parzialmente cancellati dal tempo, e si cerca di (ri)accenderne le sensazioni vivendo in uno stato onirico tra ieri e oggi, sospesi tra due realtà opposte. E con questo piccolo Nostralgia (sei brani, una coda), proveniente proprio dalla prima quarantena, i Coma_Cose (Fausto “Lama” Zanardelli e Francesca “California” Mesiano) si buttano a capofitto in quel mezzo, in questa (nostra) fase intermedia d’attese, valorizzandola su talmente tanti livelli che è impossibile non riconoscere il pregio di una progettualità attenta, intelligente, sentita ed emotiva.
Partiamo dalla loro presenza alla 71° edizione del Festival di Sanremo, la più atipica degli ultimi anni perchè ci ha lasciato con una domanda che probabilmente non avrà risposta immediata: adesso che il divario tra indie e mainstream si è assottigliato anche in prime-time sulla Rai (come sempre in ritardo rispetto al reale mutamento del panorama), che cosa succederà alla kermesse? L’indie pop chitarristico di Fiamme negli Occhi, con il suo slancio melodico sul ritornello e una scrittura ibrida tra naïveté e nonsense («Galleggio in una vasca piena di risentimento / e tu sei il tostapane che ci cade dentro / grattugio le tue lacrime / ci salerò la pasta»), è stato un simbolo di questo “accorciamento” in eurovisione (vedi La Rappresentante di Lista, ColapesceDimartino e Willie Peyote). Niente di eccezionale, ma all’interno di Nostralgia come si colloca? Guardando alla tracklist diremmo subito “nel mezzo”, giusto per ribadire il concetto, e che nell’economia generale è l’anello di congiunzione con il pop romantico, piacione e senza paranoie di Hype Aura (2019). Infatti, a parte l’esplicito riferimento al lockdown di marzo 2020 («Resta qui e bruciami piano / Come il basilico al sole / Sopra un balcone italiano»), in Fiamme negli occhi i Coma_Cose ripescano a piene mani nella loro relazione, ma è piacevole constatare che nel resto del disco l’amore più solare rimane perlopiù un sotto-testo narrativo. Allora bisogna guardare innanzitutto ai primissimi singoli e al recentissimo EP Due (2020) prodotto da Stabber.
Per il duo il viaggio nei ricordi è fatto di tappe e, per fortuna, non tutte queste riguardano il loro essere coppia o gli aspetti più belli (e facilmente idealizzabili) dell’adolescenza. Infatti Nostralgia esordisce con il trip-hop tenebroso di Mille tempeste, uno dei pezzi più riusciti e interessanti. La base drill melmosa e la chitarra elettrica languida del ritornello si mescolano alle parole di Lama e California, che, abbandonata l’ironia dei loro giochi di parole, hanno guadagnato profondità nel racconto. Il brano ci introduce subito ai lati oscuri dell’album, alla sua riflessione principale, allo sguardo malinconico che viene rivolto verso una provincia da cui non si può mai davvero scappare («mentre in una pozzanghera ristagna un pezzo di cielo / l’odore dei rami di ulivi bruciati a settembre in campagna / mi ricorda la mia adolescenza ancora alle calcagna»). Sono gli anni Novanta, la madelaine da gustare, con riferimento particolare alla loro seconda metà in cui, per l’appunto, i Coma_Cose «adolescevano» (grazie Caterina Guzzanti) o iniziavano a farlo. Ecco spiegato anche l’apparente divertissement di Novantasei, che recupera con arguzia il post-grunge radiofonico di fine secolo (dalle Hole e i Placebo ai Verdena), di evidente transizione e con tendenze emo-pop («perchè tu sei quello che vorrei / perchè ho sonno dal novantasei»). Se in Anima Lattina del primissimo EP Inverno Ticinese (2017) California cantava di suo padre che ascoltava Lucio Battisti in macchina, adesso è lei stessa a raccontare quello che lei e Lama ascoltavano quando erano più giovani, magari in bicicletta e con un lettore CD in tasca.
Immancabili però sono anche gli abusati synth anni Ottanta. Nella ballad La canzone dei Lupi, forse il brano più debole, il duo si riavvicina pericolosamente all’impianto sanremese di certo it-pop nostalgico (nel senso peggiore), sebbene il testo rimanga su livelli decisamente apprezzabili («Mentre osservo il futuro in un rettangolo nero / Se lo spengo e mi ci specchio, mi ricordo com’ero»). Al contrario, nella bella Discoteche abbandonate un classico lento in cassa si fa battito di una generazione alle prese con i vicoli ciechi, traumatizzata alla radice dal «berlusconismo interstellare». E qui, nel rappresentare il ricordo multi-sensoriale di un disagio comune, emerge con prepotenza la velleità cantautorale dei Coma_Cose («Siamo le discoteche abbandonate / Luoghi poco sicuri / Coi vetri per terra / Con in cessi divelti / E con i cazzi sui muri»); è chiaro ormai l’intento di salutare parte dell’hip-hop degli esordi e la furbizia di ritornelli troppo facili.
Infine la “chiusura” (non considerando Outro) è affidata al pianoforte di Zombie al Carrefour, un pezzo semplice e dalle sonorità melense perchè abbonda dei tratti più commoventi della Nostra Nostalgia; sicuramente meno potente dell’opening track, ma ancora una volta un testo ispirato salva la composizione. California viene lasciata praticamente sola (vedremo in sede di live) e si carica sulle spalle la responsabilità di interrompere la “sospensione”, dovendo salutare l’adolescenza («Pur di non ritornare a casa, dove vivono i sensi di colpa / Ho preferito lasciarli da soli / Come si fa coi ricordi peggiori quando si cresce») per abbracciare l’età adulta dei sacrifici, del perdono e dell’accettazione («Sento che mi devo prendere un po’ più cura di me / Sempre che ci riesco / Adesso pago ed esco / Fuori c’è un’alba splendida»).
Concludendosi in questo modo Nostralgia diventa a tutti gli effetti la rappresentazione di un percorso di autodeterminazione (rigorosamente indie-pop) che Fausto e Francesca avevano necessità d’intraprendere, un ponte sospeso su cui salire per dirigersi verso un altrove ancora da esplorare. E come ogni viaggio dentro sé stessi, anche questo album è fatto di alti e bassi, di pregi e di difetti, di prodezze e scelte sicure. I Coma_cose stanno davvero crescendo.
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