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7.4

The love it took to leave you arriva come un articolo importante nella discografia di Colin Stetson, forse incaricato di riprendere i fili da quell’All This I Do For Glory del 2017 al quale si ricollega persino nella copertina di reperti animali. Si tratta anche della prima prova da allora completamente in solo per lui, che ha composto, prodotto e mixato il tutto con il contributo di Jonas Verwijnen e il successivo master di  Marc-Oliver Germain. Difatti, Chimera I raccoglieva due composizioni drone e When we were that what wept for the sea dello scorso anno, pubblicato all’improvviso e capace comunque sia di conquistare, si poneva come epitaffio per la scomparsa del padre (con tanto di sporadici vocals, quelli di Iarla O’Lionaird). Importante, dunque, perché riprende il discorso principale della carriera dell’ormai celebre sassofonista canadese-statunitense, virtuoso dello strumento e detentore di brani originali di area alt-jazz capaci di lasciare il segno.

Al contempo, The love it took to leave you si presenta come opera singolare, poiché è stata concepita, per quanto non scritta formalmente, come una sorta di graphic novel sonora, a evocare una vera e propria narrazione che si snoda attraverso una serie di scenari, stati d’animo, visioni e paesaggi. Un’arte del raccontare senza parole già affinata nel corso dei paralleli lavori nel campo delle colonne sonore. L’album è stato eseguito in presa diretta dal musicista, al sax solista, contralto e basso, oltre che al clarinetto contrabbasso, senza sovraincisioni né loop. La location prescelta per le incisioni è la Darling Foundry di Montreal, un’ex struttura metalmeccanica vecchia di 144 anni, trasformata in un complesso di arte contemporanea di 3500 m3, con una voluminosa sala principale che conserva la sua architettura grezza di mattoni, cemento e acciaio, colpita dall’aria degli strumenti che sfruttano peculiari stratagemmi di respirazione circolare.

La ricerca prosegue, sul piano creativo, tecnico e fisico, con un approccio quasi da atleta del sassofono, ricontestualizzato e riarticolato in modo non ortodosso, valorizzando l’espressività e ogni dettaglio, inclusi i suoni catturati da un collare per cani sulla gola e il ritmo pulsante, sempre più centrale, delle dita sui tasti. Atleta o, anzi, divinità del sassofono, come si potrebbe pensare lungo gli oltre venti minuti di Strike your forge and grin, piccolo copione nel copione forgiato da un soffio incandescente. L’epica e struggente title track – «una lettera d’amore a se stessi e alla solitudine e agli alti alberi secolari che ondeggiano e scricchiolano al vento e alla pioggia» – ci rammenta le melodie filo-gotiche del gioiello di collaborazione a quattro mani con l’ex compagna violinista Sarah Neufeld, per Never Were The Way She Was. A essa si collega, più avanti, la conturbante Malediction. Ci sono poi episodi maggiormente dissonanti, come il noisey e incalzante The Six, oppure il tribaleggiante, semi-industrial HollowingTo think we knew from fear, indicativo sin dal titolo nella sua minacciosità. Due facce della stessa medaglia, queste sono la vulnerabilità dell’uomo, che espira e inspira tremebondo, e la ferocia espressa con il suo armamentario di metallo.

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