Recensioni
Colin Stetson
When we were that what wept for the sea
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Mauro Bonomo
- 17 Giugno 2023

È un respiro profondo a introdurci – come fossimo noi stessi aria – dentro When we were that what wept for the sea: possiamo quasi toccare la vibrazione dell’ancia di Colin Stetson, che ormai ha, in quindici anni di carriera, scolpito un anfratto sonoro tutto suo, circolarità e droni, corporeità che trasporta in voli trance.
Questo nuovo lavoro esce un po’ dalla rigida metodicità cui chi ha seguito Stetson negli anni è abituato (nessuna sovraincisione, soltanto presa diretta, soltanto sassofono). Nasce infatti in risposta a un’altra increspatura nello scorrere usuale della vita: la morte di suo padre. In questa – parziale – uscita dai margini, il compositore statunitense – ma ormai canadese d’adozione – è come al solito un tutt’uno col suo sax basso: lo strattona, lo abbraccia, lo preme, lo percuote, come un secondo corpo appendice del proprio, portandolo al galoppo in territori sconfinati (Fireflies, su tutte) ma anche ammaestrandolo in momenti quasi meditativi come quello in apertura o gli episodi collaborativi con la suonatrice di cornamusa scozzese Brighde Chaimbeul (The Lighthouse II con un’apoteosi di bordoni) e con il cantante irlandese Iarla Ó Lionáird: The Lighthouse III è una ballata al pianoforte inedita per la discografia di Stetson, e trasporta in un ambiente folklorico e mistico, cullati dal canto in gaelico di Lionáird.
Proprio quest’accogliere nelle composizioni altre voci e strumenti, ha in effetti dell’inconsueto, per uno come lui che della mania del controllo ai limiti dell’ossessivo (“se potessi controllare anche la temperatura e l’odore delle venue in cui suono, lo farei”, parole sue) ha fatto la propria arte. In quella che nei fatti ha tutta l’aria di un’elegia nella quale non mancano né il ricordo della vita, né la tristezza della scomparsa, il nostro si trova a fare i conti con abitudini da rivedere, equilibri da costruire ex novo. Lo fa con maestria, regalando i momenti più intensi quando lascia intravedere una forma canzone più o meno esplicita (il crescendo tumultuoso di The Lighthouse V – insieme anche al violinista Matt Combs e al chitarrista Toby Summerfield – che come una cascata scroscia giù per le rocce in una tranquillità placida); altrove i virtuosismi sono, come sempre nella pratica di Stetson, al servizio di una ricerca sonica che affonda i piedi nel ritualismo e nella meditazione.
Questa pubblicazione estemporanea e inattesa assume quasi per contrasto i contorni della più stratificata e intensa nella discografia di Stetson: un viaggio marino tra le nebbie di un mare sconfinato (Passage, di nuovo con un pianoforte a scandire il tempo), miraggi assolati (la doppietta Long before the sky would open e One day in the sun), o ossessioni al confine con un minimalismo anche elettronico nella title track che potrebbe essere benissimo uscita da sporchi modulari. D’altronde la pratica di Stetson lo ha sempre portato a avvicinarsi a una dimensione nuova dello strumento: oggi lo conferma, accogliendo nuove voci e arricchendo il suo già raggiante spettro sonoro con un’eco di tristezza intrecciata, com’è la vita, allo scorrere inevitabile del tempo, raccontato dalla circolarità del respiro.
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