Reimmaginando Górecki. Intervista a Colin Stetson
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Stefano Pifferi
- 2 Giugno 2016
Ha da poco pubblicato una personale, ricercatissima, insieme rispettosa e iconoclasta versione della Symphony N. 3 del compositore polacco d’origine Henryk Górecki, dimostrando un eclettismo non solo esecutivo, ma anche concettuale, di prim’ordine. Alle spalle ha una carriera in solo altrettanto eccitante, così come varie collaborazioni under e overground che ne testimoniano la preparazione, la libertà d’azione e la stima trasversale, caratteristiche in grado di farlo partecipare a live e album di Tom Waits, Godspeed You! Black Emperor, Bon Iver, ma anche David Gilmour, The National o Laurie Anderson. L’americano/canadese d’adozione Colin Stetson non ha sicuramente bisogno di presentazioni, ma l’uscita di Sorrow impone di allungare lo sguardo sulle modalità con cui il Nostro ha realizzato un progetto cullato per un buon ventennio. Un lavoro, quello di Górecki sui “canti lamentosi”, piuttosto particolare: roba di nicchia – dopotutto, non lo è la classica oggi? – che però riesce a vendere milioni di copie nella versione della London Sinfonietta pubblicata da Elekta-Nonesuch nel 1992 e a scalare le classifiche di vendita, e di conseguenza di gradimento, di un pubblico molto ampio e trasversale rispetto a quello standard. Tra questi, anche un giovane Stetson, affascinato, quasi ossessionato – anche se non si spingerà in questa direzione nell’intervista di seguito – da quella composizione in tre movimenti, al punto da rimuginare su una personale rivisitazione dell’opera per buona parte della propria carriera, fino alla realizzazione avvenuta – con qualche difficoltà legata alla mole di musicisti coinvolti – con Sorrow.
È il sottotitolo, A Reimagining Of Gorecki’s 3rd Symphony, a definirne perfettamente le modalità, così come l’idea di rivederla attraverso la lente del proprio sentire musicale – con l’utilizzo, cioè, di una strumentazione e di musicisti “altri” rispetto alle modalità canoniche della classica, tra synth, elettronica, chitarre elettriche, addirittura un batterista d’area “metal” – a segnarne la forza, dimostrando le capacità se non strettamente compositive, per lo meno rielaborative (destrutturative, prima, e riassemblative, poi) di Stetson. Senza modifiche alla notazione originale ma attraverso un processo che lo stesso Stetson ha definito come “approccio additivo”, elaborato cioè immaginando suoni e parti che, sebbene non presenti nella versione originale, finiscono col rappresentare una sorta di “estensione del nucleo emozionale della sinfonia”, il sassofonista di Ann Arbor è riuscito nell’intento di mantenere il climax drammatico dell’originale, fornendone una nuova dimensione in cui le partiture di Górecki convivono con la propria formazione, il gusto personale, il background musicale e l’approccio iconoclasta («gli arrangiamenti dell’opera si trasformano passando dal mondo del black metal a quello della musica elettronica, fino ad arrivare alle parti di sassofono», dichiara lo stesso musicista) che lo ha sempre contraddistinto.
Intervista
L’ultimo lavoro ha segnato un passaggio importante nella tua discografia. Com’è stato lavorare su materiale altrui e perché la scelta di un originale così impegnativo? So che per te quella piece ha rappresentato quasi una “ossessione”, ma vorrei che mi spiegassi come ci sei entrato in contatto…
Sì, beh, non la definirei proprio una ossessione, ma ho avuto in mente l’idea di “reimmaginare” quella piece, diciamo, dagli anni Novanta. L’idea da subito era quella di utilizzare una strumentazione completamente diversa da quella della sinfonia originale, con cambiamenti e variazioni di scrittura e arrangiamento dove necessario, ma rimanendo il più possibile fedeli alla struttura e alle notazioni. Quando poi tutto è diventato realtà, tutto si è incastrato alla perfezione e Sorrow è il risultato.
La “symphony of sorrow” ha un certo peso “ideologico” come composizione, nonostante Górecki abbia sempre rifiutato una lettura troppo specifica. Vuoi spiegarmi che approccio hai scelto, una volta “rielaborato” il materiale?
Innanzitutto, concordo con l’idea di Górecki riguardo ai grandi temi generali inerenti la musica, ma è praticamente impossibile non muoversi in maniera indipendente rispetto alle iniziali intenzioni di un compositore, evocando immagini ed emozioni distinte in base all’esperienza e alla percezione della musica di ciascuno di noi; quindi anche io ho provato a onorare questo impulso, a immaginarlo, cioè, attraverso la mia personale prospettiva fino a un certo punto.
Ho letto in giro che Sorrow sarebbe qualcosa come una specie di “black metal-inspired album”. Parole tue?
Io dissi che il mio approccio all’arrangiamento era stato influenzato dal black metal, così come da molta altra musica. Ma credo che quando usi blast-beats e tremolo di chitarra ti becchi un “black metal inspired” senza vie di fuga.
C’è uno stuolo di musicisti che hai reclutato per questa rivisitazione e che appartengono al giro delle tue collaborazioni e amicizie. Come sei riuscito a gestire il tutto?
Beh, sicuramente un ampio gruppo di musicisti è difficile da gestire per ciò che riguarda la programmazione. E sì, la logistica per un gruppo del genere è talvolta turbolenta, ma questi musicisti mi sono vicini, musicalmente e umanamente, e tutti hanno qualche legame o esperienza con questa sinfonia nelle proprie vite, così che alla fine mettere tutto insieme è stata più una gioia e una soddisfazione, che un peso.
Hai previsto una resa live per Sorrow? Avendoti visto suonare in solo, non oso immaginare quanto intensa possa esserne una versione completa, se e quando la metterai in scena…
Abbiamo suonato a New York in aprile e per ora abbiamo una serie di show programmati a Ottawa, Amsterdam, Montreal, Minneapolis, Chicago, Arras e Katowice, ma altri se ne stanno aggiungendo.
Hai sempre collaborato con musicisti diversi, in bilico tra mainstream e underground. Ultimamente però stai pubblicando alcuni lavori in duo, con Gustaffson e Sarah Neufeld, che sembrano avere alla base un nuovo metodo di composizione e confronto, più diretto e organico…
Ogni legame musicale è diverso, per me. Il duo con Sarah è un lavoro di composizione dall’inizio alla fine su materiale che abbiamo elaborato insieme, similmente a ciò che facciamo da soli. Il duo con Mats era una registrazione live di un set improvvisato a Vancouver. Continuerò in questo doppio binario, composto e improvvisato, nei miei prossimi lavori.
Andando indietro nel tempo, cosa ti ha portato a elaborare la serie “New History Warfare”? Con il volume numero 3 è da considerarsi conclusa o ci saranno nuovi sviluppi?
Sì, la trilogia è conclusa. Comunque, ora sto lavorando a materiale in solo che non finirà in un ulteriore volume di quella trilogia, ma non sarà poi così distante.
