Recensioni

7.2

L’orrido, in montagna, è una profonda gola rocciosa, in particolare nei tratti di quei fiumi o torrenti le cui acque precipitano giù per anfratti e grotte, formando cascate spettacolari che scavano la roccia. I cólgate (“impiccati” in spagnolo), quartetto proveniente dalla remota provincia veneta, decidono di riprendere questa suggestiva immagine e paragonarla metaforicamente con le ferite emotive che segnano il periodo della post-adolescenza. Non è un caso, infatti, che in copertina abbiano scelto di immortalare proprio l’imponente diga del Vajont, mentre sullo sfondo si vedono due figure correre nel verde. Figura universale del dolore collettivo contrapposto alle storie minuscole lontane dallo sfarzoso palcoscenico della metropoli.

Uscito il sette marzo per La Tempesta, ORRIDO è l’album di debutto di amici di lunga data cresciuti da ascolti alt-rock e new-wave. Anticipati da due singoli, i nove brani si inseriscono a cavallo del filone del revival shoegaze, impreziosito e rinnovato, però, dall’utilizzo della lingua italiana e da altre contaminazioni. La matrice indie-rock, infatti, oscilla tra muri di suono debitori tanto delle sonorità 90s di Slowdive e Ride (asteria e piogge intense), quanto anche a quelle dai nostrani Verdena, e momenti più raccolti e contemplativi in cui il caos viene messo da parte in favore di un intimismo acustico (st ria e se la luce continuasse a filtrare attraverso questa finestra…).

Si percepisce chiaramente che la band è attiva dal 2018 e si è presa il tempo necessario per debuttare sulla lunga distanza, affinando il tiro e gli arrangiamenti. C’è la chimica che può vantare solo chi ha condiviso, come Marta Granzotto, Giulio Dalle Vedove, Andrea Zottino e Matteo Costantin, un lungo percorso assieme negli anni fragili della crescita. Da tenere assolutamente d’occhio se si amano le distorsioni pesanti e il cantato urlato di chi, più di tutti, subisce l’esistenza (marginale) di provincia.

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