Shoegaze e Eighties pop

Un miraggio. L’apoteosi del sound indie pop britannico targato
Novanta, concretizzatosi in una piccola ma artisticamente feconda
cittadina svedese. I Radio Dept. come ultima àncora
di salvezza possibile per una miriade di integralisti indie oramai
orfani di arabe fenici quali Creation e Sarah Records. Un crocevia di
umori e sensazioni che hanno determinato l’algido percorso di una
generazione attonita di fronte all’ossessivo feedback messo in mostra
dai My Bloody Valentine, ma capace di cavalcare l’onda emotiva di una romantica melodia forgiata dalle pene amorose dei Field Mice o dalla straniante atmosfera post club dei meravigliosamente effimeri St. Etienne.
Una consapevolezza “pop” che si è persa nel tempo tra le note di troppa
musica generata con smaliziato disinteresse e che per un attimo è
nuovamente vissuta tra i solchi di un vinile arrivato nei nostri
apparecchi quasi per caso, appena in tempo per non finire nel cassetto
degli oggetti smarriti e restituire Johan Duncanson e
soci alla loro tranquilla vita di tutti i giorni, quella da cui dieci
anni fa hanno cominciato – senza troppa convinzione – ad evadere,
sorretti dal desiderio di emulare i compagni di liceo attivi a livello
artistico.

Due lustri contraddistinti da un percorso
discografico numericamente esiguo, un album ed una manciata di singoli,
complicato da innumerevoli cambi di formazione che più di una volta
hanno messo a repentaglio l’esistenza stessa della band, infine
strettasi attorno alla figura del sopraccitato Johan Duncanson, membro
fondatore dei Radio Dept. assieme all’allora compagno di banco Elin Elmered.
È il 1995. Il sodalizio tra i due si esaurisce nel breve volgere di tre
anni, periodo durante il quale le poche canzoni portante a compimento
dalla coppia rimangono chiuse nei meandri della cantina adibita a sala
prove. Elmered si defila per problemi personali, ma viene sostituito in
tempo reale da Martin Larsson, che eredita il ruolo
di spalla e comprimario di Duncanson, salvo poi essere raggiunto e
supportato, tre anni più tardi, dalla bassista e fidanzata di Martin Lisa Carlberg e dal batterista Per Blomgren.
Con questa line up, finalmente stabile e definitiva, i Radio Dept.
arrivano a dare forma concreta al loro percorso dopo oltre sette anni
di assoluto silenzio discografico.

A
celebrare il debutto è una piccola etichetta indigena, la Slottet
Records, grazie alla quale la band ha la possibilità di incidere un
sette pollici, Against The Tide EP, all’interno del quale vengono inserite quattro canzoni originali: la title track, Liebling, Why Won’t You Talk About It e We Would Fall Against The Tide. Il singolo è un tripudio di mosse in feedback e melodie eteree, come i Jesus And Mary Chain alle prese con il catalogo dei Blueboy,
in un’altalena di emozioni e racconti tardo adolescenziali che hanno il
pregio di suonare clamorosamente attuali, pur mutuando un’idea musicale
oramai desueta. I semplici path di batteria elettronica, la voce
slabbrata e volutamente distratta di Duncanson, la scelta di una
dimensione ultra lo-fi, sono i tratti distintivi di un lavoro d’esordio
che stupisce per la sua maledetta maturità e che costituirà la rampa di
lancio ideale per le future evoluzioni sulla lunga distanza della band.
L’ottima impressione suscitata dal sette pollici viene bissata poche
settimane più tardi dalla realizzazione di un nuovo singolo, Annie Laurie,
sempre prodotto sotto l’egida del marchio Slottet ma, stavolta,
licenziato in pochissimi esemplari in forma di cd-r. Oscuro alter ego
del suo predecessore, Annie Laurie, è una scheggia impazzita
di pop in bassa fedeltà, che ci mostra il lato meno accondiscendente
della band scandinava, complice una ballata acustica dai toni dimessi,
la title track, una Bad Reputation che gioca con le plastiche evoluzioni del techno pop di matrice Eighties e due riempitivi come Target e Felafel in bilico tra dilatazioni ambient ed indie pop d’oltreoceano.

Con
questo singolo termina la fase di studio, i tempi sono oramai
abbondantemente maturi per dare vita al primo lavoro sulla lunga
distanza, le canzoni sono pronte ed attendono soltanto di trovare una
label vogliosa di produrre e distribuire l’album. Arriva la Labrador
Records, altra etichetta indigena, e Lesser Matters, ovverosia il fulcro di tutti i discorsi sino a qui intrecciati che diventa finalmente realtà.

Passato pressoché inosservato al momento della sua pubblicazione originale, avvenuta nel corso del 2003, Lesser Matters(Labrador / Goodfellas, aprile 2003) è uno di quei pochi album che ha
potuto godere di una seconda occasione commerciale, in questo caso
assicurata dai responsabili della label inglese XL che, folgorati da
chissà quale intuito, nel corso dell’estate 2004 hanno deciso di
acquistare i diritti dell’album per poterlo distribuire con maggiore
attenzione e capillarità in tutta Europa. Una situazione molto simile a
quella che qualche anno fa vide protagonisti la 4AD ed i Thievery Corporation, con la sola eccezione che ristampare Sound From The Thievery Hi-Finel pieno boom delle sonorità downbeat lounge voleva dire centrare il
bersaglio a colpo sicuro, mentre dare spazio ed investire risorse in un
album di puro shoegaze/dream pop sound come Lesser Matterspoteva apparire come un’operazione decisamente spericolata. Ma si sa, a
volte, la fortuna aiuta gli audaci ed i responsabili della XL sono
stati ampiamente ripagati della loro lungimiranza, creando un piccolo
caso discografico i cui effetti sembrano destinati a durare per molto
tempo.

Ispirati, per loro stessa ammissione, da una santa triade composta da My Bloody Valentine, Saint. Etienne ed Arab Strap,
i Radio Dept. arrivano al loro debutto discografico pubblicando l’album
che non ti aspetti, talmente fuori dai giochi e dalle attuali
coordinate commerciali da risultare enormemente più prezioso di tante
altre omologate brutture indie pop oggi in circolazione. Un album dai
toni gentili, eleganti, profondamente pop, realizzato con quella voluta
disattenzione che è da sempre un marchio di fabbrica delle produzioni
tardo adolescenziali più intraprendenti. Un disco, che vive del passato
nel passato, senza cercare di riattualizzare una ricetta oramai desueta
e consumata, letta e messa in pratica troppe volte. I Radio Dept.
costruiscono Lesser Matters come se fossimo ancora fermi al 1991, con la stessa ingenuità che potevano avere i Chapterhouse, i primi Ride,
i gruppi della Sarah Records. Ed è in questa caratteristica che va
ricercato il vero spirito dell’album, nel suo essere oggi specchio di
una realtà di ieri, senza nessun tipo di mediazione. Poi ci sono le
canzoni: bellissime, struggenti, a tratti persino demoniache nel loro
ammaliare. L’iniziale Where Damage Isn’t Already Done nasconde lacrime e tristezza dietro l’irruenza di una grintosissima sezione ritmica, Keen On Boys è polvere di stelle del Bobby Wratten solista, Bus una timida ballata per chitarra acustica e batteria elettronica, Strange Things Will Happen la canzone che i Saint Etienne hanno dimenticato di sapere ancora scrivere, mentre Your Father è semplicemente capace di mettere i brividi.

Chi ha amato album come Loveless, Nowhere, So Tough, Blood Music e Her Handwriting sa di cosa stiamo parlando e non potrà certo rimanere indifferente a tutto questo.

Fosse uscito quindici anni fa, siamo sicuri, Lesser Matters sarebbe stato considerato come uno dei migliori album pop dello scorso decennio. (8.5/10)

Interrompendo
un silenzio lungo circa due anni, i Radio Dept. se ne escono con un EP
di quattro brani che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe fungere da
apripista per il nuovo, attesissimo album in studio. Rispetto al
pluriacclamato Lesser Matters, This Past Week(Labrador / Goodfellas, agosto 2005) gode di una produzione decisamente
più levigata, contraddistinta da un abbandono quasi totale di quelle
sonorità shoegazer che avevano fatto la fortuna del loro primo lavoro,
in favore di un sound sbilanciato verso un dream pop di chiara matrice
Eighties. Una decisione largamente preventivabile, visto che sarebbe
stato inopportuno, per non dire sciocco, continuare ad abusare di una
formula che non aveva più niente da dire sotto il profilo estetico,
peraltro penalizzata dalla mancanza di quell’effetto sorpresa che aveva
giovato non poco all’economia generale di Lesser Matters.

Al di là delle scelte stilistiche, più o meno condivisibili, This Past Weeklascia però esterrefatti per la pochezza delle canzoni in esso
contenute, complice una evidente involuzione compositiva, che sembra
aver privato Duncanson e soci di quel meraviglioso istinto melodico che
aveva caratterizzato in più di una occasione il loro primo lavoro. A
questo punto, l’attesa per il nuovo album si fa ancora più snervante,
consapevoli del fatto che se la strada imboccata dal gruppo svedese
dovesse rimanere quella scelta per la produzione di This Past Week, potremmo incorrere in una delle più cocenti delusioni degli ultimi tempi. (5.0/10)

Lo
scoglio del secondo album è universalmente considerato come quello più
duro da oltrepassare, soprattutto quando si è stati baciati dal
successo planetario con la prova d’esordio e si hanno tutti gli occhi
degli addetti ai lavori puntati addosso. Poche le band che riescono a
superarsi in corsa e fare meglio alla seconda tornata, molte quelle che
cadono abbandonandosi ad un meschino futuro. Gli svedesi Radio Dept. si
pongono esattamente a metà strada tra le due ipotesi, salvando onore e
dignità con un album, Pet Grief (Labrador / Goodfellas, aprile 2006) , che non è e non poteva certo essere un nuovo Lesser Matters, ma che allo stesso tempo evita le cadute di tono e le brutture dell’irritante EP This Past Week.

Eppure,
le fondamenta del nuovo album traggono spunto proprio da quei momenti:
da un completo abbandono delle sonorità shoegazer, da una produzione
leccata e levigata, dalla rinuncia alla bassa fedeltà, da un tuffo,
stavolta rigenerante, nelle atmosfere delle migliori produzioni pop
anni Ottanta.

Un anno e mezzo di lavoro e
ripensamenti che è servito a Johan Duncanson e compagni per ritrovare
l’ispirazione e la magia momentaneamente perdute ma, soprattutto, per
ritrovare quella vena compositiva che aveva clamorosamente latitato
nelle quattro tracce messe in circolazione la scorsa stagione.

Pet Griefè a tutti gli effetti un album di canzoni, di belle canzoni, forse
penalizzate da una produzione che strizza troppo l’occhio a certi
arrangiamenti ed a certe soluzioni tipiche del decennio Eighties, ma
che può contare su di una scrittura lineare e melodica che molto spesso
riesce a valicare gli steccati stilistici e ad affermarsi come elemento
a se stante. È il caso della title track, di A Window, della splendida Tell, mentre episodi come The Worst Taste In Music pagano lo scotto di essere state pensate, concepite e realizzate con la mente troppo concentrata sui New Order periodo Republic.
In conclusione, un album che ci fa tirare un sospiro di sollievo sullo
stato di salute attuale della band, ma che costituisce un notevole
passo indietro rispetto alla bellezza di Lesser Matters. (6.3/10)

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