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7.6

Da quando il fenomeno Clipse (i fratelli Pusha T e No Malice) è sbarcato nelle classifiche e nelle cuffiette dei ragazzi all’alba del nuovo millennio, l’hip hop ha vissuto ben più di un cambiamento significativo. Questo ha inevitabilmente rimescolato le carte, cambiato il gusto e le pretese di un mercato sempre più espanso: dall’esplosione della trap alle nuove ondate di boom bap revival, dal dominio dei “big three” (J. Cole, Kendrick Lamar e Drake) all’ascesa e caduta del genio di Kanye West, dall’affermarsi di un certo “hip hop d’autore” fatto di crossover ed esperimenti continui (vedi Mac Miller, Childish Gambino, Tyler, The Creator e tanti altri) al nuovo fenomeno coke/street rap targato Griselda.

Eppure eccoli qua, di nuovo insieme, immortali, i due fratelli che, pur nati nel caos della Grande Mela, hanno acceso i riflettori sulla scena della Virginia, lo stato che ha dato loro una casa, e un senso. Già, i primi 2000 dei Neptunes, Missy Elliott, Timbaland, e per l’appunto Clipse. Gli anni di un’estetica stradaiola ben lontana sia dalle palme e dalle macchinone della west coast di Dre e Snoop, sia dal sangue gelido delle strade di Mobb Deep, Nas & co. Un’atmosfera bouncy, alienante ed energica allo stesso tempo, tra il cinismo e il fascino della criminalità, il sudore del dance floor e il cemento del ghetto, l’orgoglio del riscatto e le cicatrici del passato. Sono proprio i Clipse a incarnare più chiaramente questi dualismi, e tornano a farlo, illuminando le contraddizioni di una discografia saltuaria ma estremamente convincente, forse proprio per i pochi LP che la definiscono.

Let God Sort Them Out, vuoi per un’attesa spasmodica (16 anni dall’ultimo Till The Casket Drops), vuoi per il mito che riesce a consolidare, non è solo un disco: è un testamento sonoro, culturale e, soprattutto, personale della poetica Clipse.

Finalmente sbarcato dopo anni di speculazioni (specie dopo il ritorno di No Malice come ospite nell’ultimo lavoro del fratello It’s Almost Dry), l’album ripesca dal passato tutto ciò di cui ha bisogno per diventare uno dei dischi più appetibili, quest’anno. Non tanto (o solo) per cosa viene detto ma, come sempre, per il come, con il solito mix di tecnicismi da virtuoso old school e capacità di costruire punchline irresistibili (basti pensare alla metrica ciclica e strutturata di F.I.C.O., o al flow appiccicoso di M.T.B.T.T.F.).

Si parla del passato da spacciatori, dell’allure per la criminalità e per le sostanze (con qualche debito ancora evidente al JAY-Z dei primi tempi), dell’inscalfibile street credibility del duo (qui si torna a certi statement di Wu-Tang Clan, Big Pun, Fat Joe e soci, ripresi in pezzi come la celebrativa P.O.V. con un ispiratissimo Tyler, The Creator, o nel singolo portante Ace Trumpets), intrisa di citazioni al mondo del cinema, dello spettacolo, della cronaca, della cultura afroamericana, in un puzzle disorientante e perfettamente elaborato di fascino lirico e spacconeria luccicante.

Merito, neanche a dirlo, di un Pharrell Williams ineccepibile, capace di confermarsi come uno dei più inarrivabili tra i producer hip hop. Sue sono tutte le operazioni dietro alla console: le melodie arabeggianti dell’ipnotica So Be It, il retrogusto tribale e diabolico di Chains & Whips, l’antitesi cielo-inferno tra ritornello gospel e strofe violente di So Far Ahead, o ancora la melodia robotica anni ’80 di All Things Considered (qualcosa che si avvicina agli ultimi Clipping.), i ritmi decisi e robusti di E.B.I.T.D.A. e le atmosfere altezza N.E.R.D. di M.T.B.T.T.F..

Pharrell e Clipse, insomma, di nuovo insieme a raccontare di cocaina, strade, umorismo nero, con un appello più forte e convinto alla redenzione spirituale, al paradiso, al sostegno divino. La nostalgia dei grandi classici (Lord Willin’ del 2002 e Hell Hath No Fury quattro anni più tardi) c’è, ed è inutile negarlo. La formula non cambia e, nel suo marmoreo splendore, rimane immacolata. Il sound è quello, e di stravolgerlo non c’è alcun bisogno, specie se, ancora oggi, di imitatori realmente convincenti non ce ne sono.

Sarebbe tuttavia superficiale ignorare le ambizioni nuove, la linfa vitale più fresca, le maturazioni più recenti dei due, viste le scosse autobiografiche non trascurabili. In pochi mesi infatti, tra novembre 2021 e marzo 2022, mamma Mildred e papà Gene passano a miglior vita, lasciando vuoti, creando rimpianti, cambiando sensazioni. È l’impasto di lacrime e sorrisi dell’intro The Birds Don’t Sing a incarnare le sensazioni dolorose: indubbiamente il brano più commovente e a cuore aperto in carriera, riflette sulle ultime conversazioni tra figli e genitori (potentissimo il ritornello di John Legend: “The birds don’t sing, they screech in pain”, a intervallare due strofe ineccepibili).

Un’intro che apre chiaramente a una certa attenzione conscious e umana, da alternare ai classici di repertorio, che si manifesta nei riferimenti biblici e spirituali sparsi qua e là: Chains & Whips, brano dal sottotesto sovversivo e critico verso la società, le disuguaglianze, il consumismo (con un Kendrick Lamar onnipotente a chiudere, la cui strofa meriterebbe un’analisi a parte, sia sul piano linguistico che ideologico); o ancora la retrospezione amara dell’outro By The Grace Of God, emblematica per un’intera carriera, nel suo pastiche critico di rimorsi e nostalgia per un certo stile di vita.

Un album che si rivela sin dal primo ascolto. Un lavoro che ha, cosparso ovunque, il profumo di instant classic per l’hip hop di oggi, promosso in modo impeccabile dal duo e dall’etichetta discografica, tra infinite interviste, singoli, anticipazioni, qualche strofa virale (vedi il dissing a Travis Scott in So Be It, forse non necessario, ma astuto), persino un grandissimo Tiny Desk pubblicato il giorno stesso dell’uscita del disco. Pusha e No Malice non hanno lasciato nulla al caso, e se negli ultimi tempi abbiamo osservato veterani tornare in silenzio e senza pretese (Public Enemy e Arrested Development su tutti), Let God Sort Them Out, nella sua ricetta bilanciata, ricca, ammaliante, rischia di essere un altro grande classico della poetica Clipse, quello che evidenzia il talento sempre sottovalutato di No Malice e conferma invece l’immortalità del fratello.

Ventitré anni dopo, i Clipse brillano ancora tanto, lanciando il guanto di sfida a tutti i sedicenti “best rapper alive”. Vediamo chi questo guanto ha il talento per raccoglierlo.

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