Recensioni

7

Pur ridotti da quartetto a duo composto dai soli Ade Blackburn e Jonathan Hartley (non è dato sapere le cause di questo drastico cambio di line up), i Clinic approdano, immarcescibili, al nono album in quattro lustri. Dalla loro emersione nel 2000 con l’esordio Internal Wrangler e relativo tour di spalla ai concerti dei Radiohead era Kid A, il loro percorso si è snodato coerente e fisso, con giusto alcune variazioni su un canovaccio ben congegnato e studiato, partendo dall’immagine concettuale (i volti perennemente coperti da mascherine chirurgiche, in quella che oggi sembra una sinistra previsione di un futuro non più distopico ma reale nella sua assurdità) a un sound solido e istantaneamente riconoscibile, un cocktail di garage, psichedelia, post-punk, atmosfere claustrofobiche e stralunate, e una voce cantilenante e immediatamente riconoscibile. Il tutto, in un magnetismo ripetitivo che tuttavia ha, magicamente, qualcosa di pop e orecchiabile. Chiedere a epigoni come Suuns o Fat White Family, se servono ulteriori conferme.

A ogni album dei Clinic sai esattamente cosa aspettarti, qualunque sia la variazione sul tema. Fare sempre lo stesso disco non è un limite: è un merito, se riesci a farlo con la stessa credibilità e personalità di gente come i Fall, forse i loro più immediati referenti (ricordate il manifesto Repetition? Ecco). A questo giro, complice magari la revisione della formazione, il tema è quello – in apparenza del tutto anti-Clinic – dell’isola tropicale. Palme, sole, cocktail, noci di cocco e camicie hawaiiane, con tanto di foto promozionali che mostrano i due con cappelli di paglia, collane di fiori e una poco rassicurante e Residentsiana maschera antigas, nonché un testo di presentazione che annuncia questo Fantasy Island come il loro disco più elettronico e pop, funk e disco. Che scherzo è questo? Parodisticamente ma non troppo, la Fantasilandia (titolo che non può non rimandarci alla serie cult televisiva anni ‘70) dei liverpooliani è un distorto atollo tropicale dove dominano ukulele, synth d’epoca, melodie e atmosfere di vecchie canzoni, e la solita voce stralunata (che talvolta usa un timbro inedito, come nell’apripista The Lampfighter – un po’ come quando Mark E. Smith provava a cantare, ricordate anche questo?).

Allora è un disco sì pop (cosa non è, a modo suo, la spiazzante cover del classico soul I Can’t Stand The Rain di Ann Pebbles?), sì elettronico (ma elettronica rigorosamente vintage e kraut – vedi i Can rievocati in Memories o i Kraftwerk di Fine Dining), ma sempre e comunque di psichedelia meravigliosamente allucinata e distopica si tratta, che si avvicini al canone classico della band (la traccia omonima, Take A Chance: cassa in quattro, mantra e via) o che se ne allontani con risultati invero soddisfacenti (Grand Finale, che in chiusura sintetizza l’universo sonoro dell’album).

Le cose migliori? Una Refractions In The Rain che evoca in una lunga jam cosmica da cocktail bar alieno il recente Jarvis Cocker del progetto Jarv Is e Chuck Berry («any old way you choose it»), una Dreams Can Come True che fa riemergere in un sogno nebbioso il fantasma dei mai troppo compianti Broadcast, il lounge semi-strumentale guidato dal sax di On The Other Side. Si tratta, davvero del disco più solare (e, quindi, meravigliosamente assurdo) dei Clinic, ovvero della declinazione più credibile e rigorosa della psichedelia che potete ascoltare di questi tempi.

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