Recensioni

Dopo l’apparente alt di Winchester Cathedral,
per i Clinic è tempo di tornare sulle scene. C’è da esserne contenti
perché, soprattutto chi pensava – come chi scrive–che la band di
Liverpool fosse arrivata a un punto morto, avrà da ricredersi. Pur non
cambiando nulla radicalmente, in Visitationsi quattro sfoggiano una maggiore confidenza che si traduce in
un’attitudine più sicura, ora aggressiva (il garage-punk quasi
Motorhead di Tusk), ora rilassata e melodica come non mai (Paradise); l’ideale per (ri)affermare un suono che si dava già per spacciato, come in episodi ripetitivi ma convincenti come Children of Kellog, The New Seeker (gorgo Joy Division / Magazine).
L’album funziona proprio in questo suo riproporsi cazzuto e convinto, sfoderando inoltre armi imbattibili come il sabba Fall / Velvet Underground / Beefheart dello starter Family, o il folk-raga dell’immediatamente successiva Animal Human (non troppo lontana dai recenti Oneida), o i tribalismi assortiti di Gideon.
E non mancano nemmeno le sorprese, che se non fanno saltare dalla sedia
quantomeno sono la spia di un’ispirazione ritrovata, vedi l’electro
wave tra Barrett e Pulp (!) in If You Could Read My Mind, o il finale Bacharach-iano di Children Of Kellog,
o ancora l’inedita acustica di Jigsaw Men, o le rinnovate ascendenze Radiohead, che si tingono di soul nella title track.
Pare
che, adesso che hanno uno studio tutto per loro nella città natale, Ade
Blackburn e i suoi amici abbiano intenzione di sfornare un album
all’anno. Se non ci sentiamo di scommettere sull’originalità e la
qualità del materiale a venire, ci consola il solo pensare che uno come
Mark E. Smith lavora così da circa trent’anni. Staremo a vedere…
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