Recensioni

Sarà poi vero quel che ormai pensano in molti, ovvero che i Clinic,
gira che ti gira, fanno sempre lo stesso disco? O è semplicemente parte
di un’immane burla che si perpetua coscientemente ad ogni uscita? Il
dubbio è più che legittimo, una volta infilato nello stereo il
successore del pur buono&tosto Visitations (2006): dire che movenze, cadenze, atmosfere sono, ehm, familiariè un bell’eufemismo – ad essere smaliziati, verrebbe anche da pensare
che la loro marca preferita di chitarre sia Xerox. Se si presta bene
orecchio, però, qualcosa di insolito emerge dalle usuali nebbie
catramose di questo Do It – fossero tutti capaci a creare paesaggi del genere, poi.
C’è, per esempio, melodia (più di quanta si pensi) e c’è un canto che non è più un lamentoso digrignar di denti: in Memories Ade Blackburn sembra il Neil Young della mini-opera Broken Arrow;High Coin, pur nella sua reiterazione, ha una sorta di hook; e Free not Free sarebbe quasi idilliaca, da cartolina anni ‘60, se non fosse interrotta da quei riff cicciuti alla Flaming Lips prima maniera. Perché alla fine, i quattro mascherati restano le teste
psichedeliche di sempre, con il loro noto armamentario garage-psych
visionario, devotissimo a Syd e il Capitano Cuordimanzo. Quindi non vi
sembri strano: questo disco lo avete davvero già sentito.
Però, adesso è ancora più bello di prima. E, forse, la verità è che i
Clinic non possono suonare altro che come i Clinic. Insomma, il dubbio
posto in apertura di recensione resta; sta un po’ a noi decidere se
questi Liverpooliani ci hanno preso di nuovo in giro, o se ce l’hanno
solo fatto credere. Amleticamente.
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