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6.8

Per promuovere Halo On The Inside, ottavo album a nome Circuit Des Yeux, Haley Fohr si è imbarcata in un impegnativo tour mondiale, con la parte americana in supporto ad Alan Sparhawk. Un’accoppiata sensata, viste non solo le sonorità affini, ma anche il comune background folk. Solo qualche anno fa un tour del genere sarebbe stato impensabile: Sparhawk era ancora la metà creativa dei Low, mentre Fohr sperimentava nuove formule per un indie folk di matrice weird-avant.

Che il motore principale della musicista di Lafayette sia sempre stato un ego artistico sfaccettato e inquieto è evidente ripercorrendone la carriera: dagli esordi garage punk con le Cro-Magnon al weird folk jandekiano di Symphone, passando per il pop obliquo e post-femminista di Do The Dishes e Paper Bag — quest’ultimo con un videoclip montato da Meg Remy — fino alla svolta di -io, che suggeriva una crescita identitaria da autrice tout court.

Da allora le cose si sono fatte più scure e Haley è caduta nel tranello di una fascinazione per il gotico e la new wave, che cozza non poco con la sua identità aliena e punk. Prima la cover di Into The Light di Siouxsie and the Banshees, poi Double Dare dei Bauhaus nel 2022, infine un tributo integrale a Juju con Jim Becker, Brian Case e Josh Johannpeter all’Hideout di Chicago, la notte di Halloween dello scorso anno.

Il singolo God Dick (2024), con clangori marziali alla Scott Walker, sembra il punto di connessione tra -io e Halo On The Inside, un lavoro oscuro e tormentato ma con una vena catchy contorta. Lo dimostra Megaloner, che incrocia Closer dei Nine Inch Nails con Christmas Island dei Depeche Mode, così come l’irresistibile e poliritmica Canopy of Eden, dove la produzione di Andrew Broder e Marta Salogni brilla per dettaglio e profondità. Anche Truth, sorta di danza tribale con il basso in evidenza, conserva parte della qualità diagonale e weird che ha sempre contraddistinto Circuit Des Yeux.

Il disco perde mordente quando si adagia su elegie malinconiche in cui Fohr evoca Nico senza raggiungerne le vertigini, come in Skeleton Key, Anthem Of Me e Cosmic Joke. In Cathexis si sfiora la pop wave anni ’80, con un citazionismo che scambia il modernariato per moderno, mentre il finale di Organ Bed — un intreccio surreale di tastiere e sax tra Yazoo e INXS — risulta eccessivo e privo di una giustificazione stilistica coerente.

Rileggere gli anni ’80 significa scendere a patti con la loro carica kitch, ma senza lasciarsi travolgere nella forma ed è impensabile che questo si possa fare oggi senza prenderne comunque le distanze, che sia un approccio più chimicamente retromaniaco come Daniel Lopatin o più formalmente vintage come la Bat For Lashes di Lost Girls.

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