Recensioni

7.5

L’ambizione di costruire qualcosa di artisticamente ingombrante non ha mai fatto difetto ad Haley Fohr e in questo senso il sesto lavoro come Circuit Des Yeux chiude un po’ il cerchio di una ricerca stilistica febbrile e mai sazia, combattuta tra deriva arty e sostanza folk.

La voce rimane l’architrave attorno a cui costruisce strutture complesse e dall’equilibrio instabile, che giocano con il formato canzone, facendolo deragliare dai suoi binari. Largamente concepito durante i mesi di lockdown in un algido solipsismo autarchico, -io è un lavoro pe(n)sante sia nei suoi contenuti che nella sua veste orchestrale, visto l’intervento in sede di arrangiamento di un ensemble di 24 elementi e l’elaborato lavoro in post produzione fatto da Cooper Crain e Marta Salogni. Non una novità in senso stretto per la musicista di Chicago, ma fino ad ora non aveva mai osato così tanto. -io, fin dal suo enigmatico titolo chiede attenzione e la stessa Fohr in una divertente guida all’ascolto, ribadisce che non siamo al cospetto di un film, ma di un romanzo, spingendosi a dire che sarebbe meglio rifiatare arrivati alla quinta o sesta traccia.

Sorta di concept sul dolore e sulla direzione di tutte le cose verso una fine inevitabile -io è un lavoro che risente di alcune perdite importanti nella vita privata di Haley, senza contare il clima da apocalisse andante che si respirava nei mesi più duri del Covid. Non a caso, il disco si apre con il sospiro di Tonglen In Vain, che riprende il concetto buddhista di empatia verso il prossimo, di comprensione delle altrui avversità. Tutta questa consapevolezza si traduce in brani dall’aria fatalista, che spesso trovano un felice corto circuito tra la gravità delle liriche e la veste orchestrale degli arrangiamenti. Le strizzatine d’occhio stavolta vanno soprattutto allo Scott Walker meno marziale e ancora di più al Moondog più incalzante. Vedi la marcetta pop di Vanishing che sembra quasi un omaggio non dichiarato, ma anche il primo singolo, Dogma, che ha quell’umore sospeso tra gioia e paranoia.

Eppure man mano che trascorre il minutaggio del disco il materiale più problematico sembra emergere con sempre più convinzione. Arriva Sculpting The Exodus, madrigale dalle cadenze gotiche e l’irresistibile mixing aereo della Salogni, ma è con brani come Walking Toward Winter che tocchiamo con mano il senso del tragico: “I’ve got my favorite thing right beside me / and i am not afraid / but i don’t want to go through all the seasonal hardening / cause you know there’s an avalanche that lives inside of me /and it’s ready to flow ” e ancora di più con la cinematografica The Argument: “an angel with an amygdala is just an alien waiting to be seen / one can only watch so long before sinking to the scene / you’re screaming at the ceiling / “Pick me up! Put me down!”.

Dopo tutta questa dolorosa presa di coscienza, la chiosa finale comincia presto, già con Stranger, classicissima piano ballad con incredibile estensione vocale della Nostra e con l’ancora più classica e pastorale Oracle Son, che si spegne di getto e con essa un album che nell’economia della storia di Circuit des Yeux segna un prima e un dopo. L’isterica punk che urlava al microfono delle Cro-Magnon non esiste più e semmai l’equivoco di fondo è che nel momento in cui produce il suo materiale più sincero e sentito, lo veste con l’arrangiamento più classico e formale, ma probabilmente qualcuno dirà che la ragazzina di ieri è diventata la donna di oggi.

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