Recensioni

7.0

Inizierei con due frasi, tra le tante memorabili pronunciate da Gerald Casale e Mark Mothersbaugh nelle interviste realizzate appositamente per l’occasione. Una: “L’autoconsapevolezza ti mette in una strana posizione”. L’altra: “È deprimente soccombere alla stessa realtà oggetto della tua satira”. La prima riguarda l’origine del processo che ha reso possibile il fenomeno bizzarro e anomalo – nonché geniale – dei Devo, mentre la seconda va al cuore della sua poco gloriosa (ma se non altro temporanea) fine. Lungi da me voler sintetizzare in tal modo la portata e il senso di questo documentario, che contiene numerosi motivi di interesse, riuscendo nell’impresa – non banale – di ricapitolare in maniera accattivante e tutto sommato efficace la vicenda di una delle band più importanti della new wave a stelle e strisce, così importante e peculiare da incastrarsi a fatica in qualunque categoria (new wave compresa). Oserei persino affermare: nella parabola dei Devo possiamo intravedere l’essenza della relazione ambigua tra il rock e, per farla breve, il Sistema. E questo doc ce lo racconta a chiare lettere. 

Il filo narrativo sviluppato dal regista Chris Smith (un veterano, autore tra i molti titoli dell’ottimo Jim & Andy: The Great Beyond e dell’interessante Wham!) è appunto il confine teso tra spettacolo e sovversione, tra critica radicale alle fondamenta del meccanismo culturale, politico ed economico e un suo arguto sfruttamento, all’insegna delle più aggiornate tecniche di intrattenimento. Tra queste ultime, la nascente videomusica, che avrebbe trovato proprio mentre si consumava l’ascesa dei Devo una sistematizzazione dirompente grazie all’imporsi di MTV. Ma torniamo all’inizio.

Uno dei turning point generazionali più gravidi di conseguenze, in un’epoca che a dire il vero ne vide avvicendarsi molti nel volgere di un periodo formidabilmente breve, fu senz’altro il massacro della Kent State University del 4 maggio 1970, quando la Guardia Nazionale aprì il fuoco contro gli studenti impegnati a manifestare per il disimpegno bellico statunitense nel sud-est asiatico. “Four dead in Ohio”, cantarono CSN&Y nella rabbiosa Ohio, scritta di getto come atto d’accusa rock a Nixon e ai suoi “soldati”. Ma al di là delle giovani vite spietatamente falciate, a rimanere ucciso fu il senso stesso dello Stato che di colpo lasciò emergere la sua natura carnefice dietro la maschera, precipitando nella realtà interna quella prassi violenta fino ad allora esercitata oltre confine come regolo di ampie (e vastamente ciniche) strategie geopolitiche.

Per gli allora studenti Casale e Mothersbaugh fu ovviamente un trauma e (ma) al tempo stesso un’illuminazione: le cose non stavano andando affatto come da narrazione della cultura dominante. Peggio ancora: pure la controcultura non aveva afferrato il concetto. Difatti, le “magnifiche sorti e progressive” che vedevano protagonista un sempre più prometeico homo tecnologicus non collimavano con la storiella di una sempre più formidabile evoluzione della specie, tutt’altro: era in corso un chiaro processo di regressione. O, se preferite, di de-evoluzione. Fu quindi questa miscela di shock emotivo, acrimonia culturale, spavalderia invereconda e genio beffardo che attivò gli ingranaggi dell’ordigno Devo, inizialmente un progetto artistico multimediale con al centro la grafica e il cinema sperimentale. 

Ben presto però la musica divenne il veicolo principale e, con il fatidico ‘77, tutto andò a dama. Singoli come Mongoloid, Jocko Homo e – che ve lo dico a fare – la pazzesca cover di (I Can’t Get No) Satisfaction guadagnarono loro lo status di fenomeno underground, prima che con Whip It riuscissero addirittura ad azzeccare il pezzone da alta classifica. Si era già al terzo album, al 1980: MTV stava ormai cambiando meccanica e grammatica del linguaggio musicale e i Devo cavalcavano la nuova bestia come se fossero nati per quello. Ma, questo il bello, senza dimenticare il motivo per cui lo facevano: frustare il conformismo, rovesciare inquietudine urticante sulla pelle smerigliata della pax consumistica. Non furono pochi gli attestati di stima da parte dei colleghi – Iggy Pop, David Bowie, Neil Young… – ma evidentemente c’era in loro qualcosa di intollerabile, troppo difficili da inquadrare, troppa sabbia nella benzina. Infine il meccanismo trovò il modo per espellerli (non senza un pizzico di autosabotaggio, bisogna dire, vedi lo sconsiderato doppio accordo con Warner e Virgin). Insomma, eccoci al “soccombere” della seconda frase citata sopra. 

Tirate le somme il doc è abbastanza stringato, ma proprio in ragione di ciò intenso, avvincente, anche grazie al generoso (e un po’ frenetico) utilizzo di filmati dell’epoca (interviste, apparizioni video, riprese di concerti…). Certo, ha il difetto tipico di questo genere di prodotti, ovvero non si sofferma abbastanza sul contesto, concentrando gli sforzi e tracciando il perimetro in modalità elegiaca su dimensione e vicende del protagonista di turno. Nel caso specifico, non si risparmiano sforzi per sottolineare la lontananza dei Devo dal rock AOR à la Bob Seger così come dal punk più aggressivo e basale (i Dead Boys, ad esempio, li detestavano), ma non sarebbe stato male allargare l’obiettivo e azzardare connessioni con tutto quello che accadeva in contemporanea, tipo la nevrosi diversa ma simile dei Talking Heads, il piglio arty contundente dei Wire, il ghigno dadaista dei Cabaret Voltaire o la patafisica insidiosa dei quasi conterranei Pere Ubu.

Ciò detto, si tratta di 90 minuti assai consigliabili, mi spingerei anche a dire: irrinunciabili. L’augurio è che la presenza su Netflix (che lo annovera tra i suoi “documentari originali”) possa ingolosire qualche utente diverso dalla platea di nostalgici sull’orlo della mezza età (e oltre) che presumo costituisca il target specifico della categoria. Mi piacerebbe insomma che si andasse oltre la gratificazione per gli applausi ricevuti al Sundance 2024, dove il doc è stato presentato in anteprima. La pubblicazione della soundtrack – Energy Dome Frequencies: Songs From The DEVO Documentary, programmata per il 31 ottobre – mi fa pensare che lassù qualcuno nutra fondati motivi per sperare in un bel revival dei Devo, così da esorcizzare quello status di culto che nelle dinamiche di ascolto contemporanee rischia di somigliare a un vero e proprio oblio. 

Sì, ci starebbe proprio bene una fragorosa (ri)scoperta della band di Akron. Se lo meriterebbero. Noi, in questi tempi sempre più grami e conformi, ce lo meriteremmo. 

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