Recensioni
Devo
Question: Are We Not Men? Answer: We Are Devo!
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Carlo Bordone
- 20 Ottobre 2023

Più tecnologia hai a disposizione, più suoni primitivo
Jerry Casale
I Devo hanno una maledizione che grava sulle loro spalle inguainate nelle tute giallo-arancioni da spazzini cibernetici. Un peso che si portano dietro da quando, alla fine dell’estate del 1978, uscì il loro epocale esordio su album, e che inevitabilmente è aumentato sempre di più con il passare degli anni. Un fardello che si può condensare in una domanda: “quanto ci hanno preso i Devo?”. Oppure, se si preferisce, in una constatazione che spesso capita di fare davanti alla fantascientifica stupidità del mondo in cui ci troviamo a vivere quarantacinque anni dopo: “eh, certo che i Devo avevano proprio ragione”.
Questo per dire che la band di Akron è ormai condannata a essere inquadrata storicamente come anticipatrice di distopie, progetto futurista e futuribile, annunciatrice visionaria della decadenza a venire e quindi valutata sulla base di quanto quel futuro de-evoluto si sia realizzato davvero. Ma in questo modo si rischia di non cogliere più i motivi per cui, alla fine degli anni 70, i Devo rappresentarono una scarica ele(c)tro-statica sul corpo della musica pop di allora, costringendo la loro visione in categorie interpretative un po’ troppo post-moderne. Diciamolo chiaramente: ai Devo non interessava minimamente guardare nel futuro. Ai Devo quello che premeva era smantellare il presente. Quello in cui erano nati e si erano sviluppati come progetto artistico e rock band molto sui generis, se mai ne è esistita una.
Proprio per questo un disco come Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! suonava così potentemente e maliziosamente sovversivo nel ’78 tanto quanto oggi ci sembra figlio della sua epoca. Il che ovviamente non significa “invecchiato male”: creatività, originalità e intelligenza sono qualità che nessun revisionismo può mettere in discussione. Significa semplicemente che per quanto ci piaccia dipingerli come anticipatori della contemporaneità, in realtà i Devo, la loro metodologia, la loro forma di provocazione culturale oggi sono qualcosa di impensabile e impraticabile, perché non esistono più i referenti e gli antagonisti di allora. Se c’è un gruppo che ci si deve sforzare di contestualizzare, per capirlo meglio, sono proprio i Devo. E allora forse si può avere un’idea dell’impatto devastante e dell’unicità (pur con somiglianze e rimandi ad altri loro contemporanei) della loro proposta in tempo reale.
Che la band di Mark Mothersbaugh e Jerry Casale rappresentasse qualcosa di alieno lo testimonia l’interesse nei loro confronti, quando avevano giusto un bizzarro 45 giri all’attivo, da parte di alcune delle migliori menti musicali del periodo, tutte offertesi di mettere mano al debutto in lungo e di associare il proprio nome a quella che sembrava la cosa più radicalmente innovativa del momento. Da Robert Fripp a Neil Young (che farà fare loro una comparsata nel suo incomprensibile pastrocchio cinematografico Human Highway, nel quale appaiono come una squadra di addetti alla raccolta di scorie nucleari), da Iggy Pop agli inevitabili David Bowie e Brian Eno. Fu proprio quest’ultimo ad aggiudicarseli e a produrre (oltre che finanziare) l’album negli studi di Conny Plank a Colonia, con sporadiche incursioni bowiane nelle pause tra una ripresa e l’altra del film in cui il Duca stava recitando in quel momento, Just a Gigolo.
Di tutte le collaborazioni storiche di Eno quella con i Devo è probabilmente quella in cui il suo apporto è meno tangibile, e a sentire le testimonianze degli stessi interessati anche quella più complicata dal punto di vista umano. Con i ragazzi dell’Ohio non c’era la stessa affinità intellettuale e la stessa comunanza di intenti che l’ex Roxy Music poteva avere con David Byrne e Bowie. Troppo poco malleabili – “allora pensavamo di sapere tutto”, ha ricordato Casale – e troppo estranei al milieu intellettualmente raffinato cui era abituato Eno. Questa era gente che a vent’anni aveva visto morire degli amici uccisi dalla Guardia Nazionale nel massacro della Kent State (1970), e che come band era abituata a ricevere sputi e sedie in testa da bifolchi e tardo-hippy del Midwest che volevano ascoltare boogie e hard rock, non certo sorbirsi il loro teatrino dell’assurdo.
Per certi versi erano una quintessenza di american band molto più di quanto lo fossero, per dire, i Talking Heads. Non nel suono, ma nell’immaginario che erano impegnati a ribaltare. La loro missione di andare “oltre il rock” non era comprensibile se non avendo ben presente cosa in America il rock era stato, cosa era diventato e come Mothersbaugh e soci, avanguardisti finché si vuole, ci si erano ritrovati in mezzo fin dall’infanzia. Più tutto il resto del catalogo dell’american way of life: cibo spazzatura, automobili, fumetti demenziali o al contrario superomistici, inquinamento, riconversione industriale, paura del nucleare, Watergate, traumi post-Vietnam, sessualità ridotta a caricatura da copertina di “Hustler” o “Playboy”, pubblicità rincoglionente da mass-market, predicatori evangelici, ideologia del successo e tutto l’endemico provincialismo con cui deve confrontarsi chi non si è ritrovato a nascere su una delle due coste.
Dentro a Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! c’è tutto questo, condensato nella copertina dell’edizione USA: l’elaborazione fumettistica del ritratto di un campione di golf dell’epoca, che a tutti però faceva venire in mente l’archetipo dell’americano medio, bianco, sorridente, soddisfatto della sua vita e palesemente idiota. Il tipo umano che incarnava l’idea stessa di de-evoluzione, concetto che alla band aveva fornito sia il nome che il canovaccio narrativo e, chiamiamolo così, ideologico a cui si sarebbe ispirata. Antropologia surreale presentata con un’aura di grottesca scientificità, la de-evoluzione era la teoria di uno pseudo-studioso squilibrato, non si sa se realmente esistito o più probabilmente frutto della perversa fantasia di Mothersbaugh e Casale, che postulava la discendenza della razza umana da scimmie cannibali che si cibavano di cervelli, “alcune delle quali stabilitesi nel Nord-est dell’Ohio”.
I poveri umani dell’allora XX secolo – ma probabile che siamo pure peggiorati – non sono che la degenerazione, apparentemente dotata di razionalità, delle nostre scimmiesche progenitrici alle quali siamo destinati a tornare. Le stesse che vengono evocate negli effetti di synth (una delle poche idee di Eno delle quali il gruppo rimase entusiasta) in Jocko Homo, e che richiamano in qualche modo quelle semi-umane di un altro evidente influsso letterario, L’isola del dottor Moreau di H.G.Wells, uno dei romanzi più disturbanti e crudeli nella storia della science-fiction. E non c’è dubbio che in questi Devo all’esordio ci sia molto, di disturbante e di crudele. Non tanto nella musica quanto nell’impianto teoretico al quale si appoggia. Un aspetto che spiega la diffidenza e in alcuni casi la vera e propria repulsione con cui la band venne accolta da alcuni critici, anche importanti (Dave Marsh, Lester Bangs).
Se le accuse di “fascismo” erano assurde – considerando anche il retroterra da attivisti di sinistra dei due leader – e l’intento parodistico nel presentarsi irregimentati in uniformi o come realtà aziendale con tanto di inno (idea che avrebbe poi ispirato i PiL) chiarissimo, c’era a ben vedere qualcosa di sottilmente inquietante in quel paraphernalia di citazioni e messe in scena. Qualcosa che alla sensibilità odierna risulta ancora più problematico. Non è solo che oggi titoli come Mongoloid sarebbero considerati inaccettabili (ovviamente il protagonista del pezzo è l’uomo medio che non si chiede il perché della sua vita da automa, versione de-evoluta del well respected man dei Kinks), quanto piuttosto il fatto che dietro quegli ammonimenti sarcastici si intraveda anche una potenziale (e, ne siamo certi, involontaria) equivalenza tra de-evoluzione e de-generazione della civiltà, la causa della quale per qualcuno sta nella commistione di razze e culture. Un sottotesto quasi eugenetico, insomma. È ovvio che niente del genere fosse nella testa dei Devo, che tuttavia viste appunto certe – ehm – evoluzioni della società e della cultura in questi decenni a tratti danno un po’ l’idea degli apprendisti stregoni. O meglio ancora ricordano una figura ricorrente in letteratura e cinema (e purtroppo anche nella realtà): quella di chi si spinge così in là nella satira da finire risucchiato in quello stesso universo che sta mettendo in ridicolo, finendo quasi per identificarvisi. Un po’ come il prankster Sean Harding de La banda dei brocchi di Jonathan Coe.
E qui torniamo alla considerazione di apertura. Proprio per non confondere oggi i Devo con complottisti e apocalittici reazionari dei quali abbiamo pieno l’Internet, si deve tener conto dei bersagli a cui miravano e della temperie culturale di quel periodo. Lo sfondo era quello della fine delle utopie, tanto di quelle della sinistra più o meno rivoluzionaria e più o meno hippy, quanto quella del rock. Invece di sbandierare sloganistici “no future”, ti mettono davanti al ground zero culturale, politico e musicale nell’America alla metà-fine degli anni Settanta. Il suono non può che essere, coerentemente con la mission “aziendale”, una mimesi destrutturata di tutta quella roba, però ridotta in macerie. Curioso come oggi Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! suoni “rock’n’roll”, benché un rock’n’roll scomposto ai suoi elementi primari e sub-atomici. I riff, per esempio. Perché questo è un disco in cui di appiccicosi riff di chitarra (a tratti sostituita o doppiata dai synth) ce ne sono a ripetizione, a cominciare da quello subito in apertura di Uncontrollable Urge al Chuck Berry passato alla centrifuga di Come Back Jonee, passando ovviamente per la cover quasi p-funk di Satisfaction, peraltro già smembrata dai Residents un paio di anni prima. Altro aspetto curioso è quanto i Devo, pur rimanendo uno dei gruppi più originali e riconoscibili di sempre, ricordino altre band contemporanee o che avrebbero esordito di lì a poco (e quindi si possono escludere influenze reciproche). Sorprendente come in certi brani sembri di sentire i Cure (Gut Feeling), gli XTC (Sloppy), i Talking Heads (quasi tutti). Per non parlare appunto dei passaggi di chitarra presi di peso da surf, r’n’r e colonne sonore di spy story e riadattati alla psicosi di quindici anni dopo, alla stessa identica maniera in cui lo facevano i B-52’s. Nessun gruppo del resto agisce nel vuoto, ma quello che è evidente all’ascolto è che il “primitivismo” dei Devo cela a fatica le qualità eccelse di musicisti (un applauso in particolare ad Alan Myers, il Jaki Liebezeit dell’Ohio) e la rigidissima disciplina di prove a cui si sottoponevano.
Con tutte le buone idee che avranno ancora nel decennio a seguire, forse più sul più ampio piano multimediale che strettamente musicale, mai più i Devo saranno così compatti e sapranno unire in modo così rotondo suono e filosofia devo-centrica, presupposti estetici e loro rappresentazione concreta. Nel capitolo di Rip it Up and Start Again (Post-punk nell’edizione italiana) a loro dedicato in tandem con i conterranei Pere Ubu, Simon Reynolds scrive che avrebbero finito per “diventare degli pseudo-Kiss non altrettanto famosi che smerciavano i rock in costume allo zoccolo duro dei loro fan (…) lungi dall’essere una parodia dell’irreggimentazione ne divennero autentici esponenti: schiavi dell’innaturalità, sguatteri nello stato aziendale feudale”.
Troppo severo, forse. Ma certo Reynolds coglie un punto: in tempi di crisi, la satira a un passo dal nichilismo funziona una volta, anzi sia benedetta, ma poi rischia di subire il peggiore dei contrappassi: diventare uguale al suo oggetto. Certo è che in Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! funziona in modo brillantissimo. Fortunato chi si prese quella frustata in faccia in tempo reale.
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