Recensioni

Tra organizzare il proprio dolore e disporlo in battute, note, tonalità, oppure urlarlo a pieni polmoni, la linea di confine è più sottile di quello che potrebbe sembrare all’apparenza. Così come tutte le altre forme di arte, la musica è anche una scusa per indagare sé stessi, i propri conflitti, dargli una forma. In Agonia, Chiello guada il fiume torbido e profondo delle proprie emozioni senza paura, o meglio, senza trucchetti o finzioni, come forse si dovrebbe sempre quando si intende pubblicare un disco così personale.
Come l’urlo che squarcia la fine del brano Vulcano, che già dall’inizio dell’album ci dà un segnale abbastanza chiaro di quanto segue nel suo prosieguo. Un disco oscuro, istintivo, con richiami che spaziano agli anni ’90 dei Bluvertigo e degli Smashing Pumpkins (Desaturarsi, Lupo), la consolidata emo-trap à la Lil Peep, ma anche un po’ di grunge e un po’ di Cure, sempre per ritornare nei decenni di riferimento dell’album. Il disco è però innanzitutto Chiello, senza troppe sovrastrutture. Come in Ti Penso Sempre, la ballad up-tempo che lo ha accompagnato al Festival di Sanremo 2026, unico brano a potersi fregiare di una chitarra indie rock su quel palco: forse un po’ fuori posto e, proprio per questo, esattamente al posto giusto.
Ad aiutarlo in questa nuova sortita discografica Tommaso Ottomano, co-autore e, come sempre, ispiratissimo regista che ha saputo conferire efficacemente anche una componente visiva coerente al progetto. I brani si susseguono in un flusso dolcemente malinconico, coeso, e dunque se avesse senso indicare una posologia scientifica per l’ascolto di un LP come lo ha, ad esempio, per i farmaci, i dottori della musica consiglierebbero forse di somministrare Agonia tutto d’un fiato. Un album che non mira certamente alle hit e neppure alla presunzione di un concept, ma non per questo orfano di belle canzoni (vedere anche Scarlatta), con un target giovanile ben circoscritto. Forse anche troppo.
Chiello torna con il suo sesto album in sette anni (se contiamo anche il progetto degli FSK Satellite, con cui ha esordito). Una produzione già considerevole, che non sazia comunque la curiosità di nuovo, anzi, ci lascia fiduciosi per una definitiva maturazione futura e nuovi interessanti lavori negli anni a venire. Sempre con la stessa autenticità, ricerca, stile e vena artistica che sgorga copiosa e non si riesce a cauterizzare: come i conflitti interiori che cambiano forma ma che ci accompagnano per sempre, in questa lunga Agonia a volte ci viene d’impulso chiamare la nostra vita.
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