Recensioni

A Ross Birchard non piace essere inscatolato in una scena, e questo è lui stesso a dirlo in qualsiasi intervista rilasciata. È partito dal wonky, poi ha avuto la sua grande occasione con Warp e l’ha saputa cogliere al meglio: collaborazioni altisonanti dal sapore R&B e una serie di uscite che l’hanno rapidamente proiettato sulla cima della scena trap, in cui è conosciuto anche (e soprattutto) per l’esperienza (momentaneamente chiusa) TNGHT, che con un solo EP da 5 tracce all’attivo è cresciuta fino a diventare headliner in diversi festival.
Proprio a questo punto Birchard ha capito che qualcosa doveva cambiare, per non rimanere intrappolato in un nome che sarebbe rimasto più grande del suo. «I TNGHT sono quelli in cui suona Hudson Mohawke», e non certo viceversa. E allora bisognava smarcarsi, non limitarsi a continuare a rifare Chimes in tanti modi diversi ma riuscire a far sì che quel singolone rimanesse un passo nel proprio percorso, piuttosto che il punto d’arrivo. Da qui nasce Lantern, secondo LP dopo quel primo Butter buono ma non buonissimo, sicuramente un disco pieno di talento e idee ma che non era la completa rappresentazione di tutto ciò che Hud Mo era stato e poteva (doveva) ancora essere.
Qui si inizia con i synth scintillanti e i beats Hud Mo al 100% di Very First Breathe, l’archetipo del singolo perfetto, ma è solo uno specchietto per le allodole (per quanto riuscito). Le due successive Ryderz e Warriors sono qualcosa di nuovo: c’è un sound molto più ricco, pieno di orchestrazioni, c’è una patina che potremmo chiamare (perdonateci) gospel grime. C’è la Kettles che non ti aspetti, una strumentale epica e con atmosfere da soundtrack, seguita da una Scud Books che è invece un parziale ed esaltante ritorno al passato impreziosito da una ricchezza e da una pienezza sonore che però in passato non c’erano. In Indian Steps si rimane un po’ perplessi e sembra quasi di sentire Woodkid; molto meglio la strumentale e tribaleggiante Lil Djembe. Toni più notturni con strofe che echeggiano molto vagamente i Depeche Mode in Deepspace. Altro flashback in Shadow, seguito dall’altro singolone pronto da sfornare, ovvero Resistance. Portrait of Luci è la solare strumentale da ascoltare per farsi un’idea abbastanza precisa dell’intero album, con la postilla (dopo un’evitabilissima System) dalla conclusiva Brand New World.
Il disco non è probabilmente il capolavoro che avrebbe potuto definitivamente consacrare il nome Hudson Mohawke, lo smarcamento da tutto quanto fatto in precedenza non è ancora completo e le numerose parti vocali sono spesso non all’altezza delle superbe basi (ovvio punto di forza di Birchard). Rimane tuttavia un album godibilissimo e sicuramente riuscito, oltre che l’espressione della sincera volontà di non adagiarsi su quanto già fatto, da parte di un producer che sembra avere ancora tanto da dire.
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