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Cesare Cremonini è reduce da un Festival di Sanremo che l’ha visto nelle vesti di superospite esibirsi sulle note di un convincente medley, nonché della title track di questo nuovo progetto e del brano con i Lùnapop che l’ha lanciato verso il successo, 50 Special. Si è trattata della prima apparizione all’Ariston per il cantautore bolognese, che ha dimostrato di saper tenere un palco prestigioso come quello rivierasco e, allo stesso tempo, ha dato prova di non aver bisogno di vetrine prestigiose per allargare ulteriormente una fama già istituzionalizzata.

Nel nuovo lavoro, La ragazza del futuro, ci sono tutti gli ingredienti che lo hanno portato al successo, e anche qualcosa in più: disinvoltura, sincerità, romanticismo e una consumata maturità. È la conferma di un autore di razza all’interno del panorama cantautorale italiano, con uno sguardo indirizzato verso il futuro, senza tuttavia dimenticare le radici che lo hanno condotto fin qui. Settimo album in studio come solista, il disco arriva a distanza di cinque anni dal precedente Possibili scenari del 2017. Un tempo servito a curarne i dettagli. La ragazza del futuro è composto da quattordici tracce: dieci brani e altri quattro tra intro e interludi strumentali per spezzarne il ritmo.

È un progetto che ha un preciso lavoro alle spalle, segnato dalle città in cui è stato registrato, fonti d’ispirazione per l’artista. Oltre al nido bolognese, Cremonini si è recato a Reggio Emilia, Napoli, Londra, New York, Los Angeles e Copenaghen. La realizzazione stessa è stata un lavoro di squadra che ha visto, tra gli altri, il coinvolgimento del produttore Davide Rossi (Mau Mau, Coldplay, Goldfrapp, Verve, Röyksopp, Alicia Keys, Moby ecc.) e del compositore e paroliere Davide Petrella per la title track, nome di punta tra gli autori del panorama musicale italiano (Fedez, Elisa, Jovanotti, Gianna Nannini, ecc.), scoperto proprio da Cremonini ai tempi di MySpace (e poi assoldato per Logico).

Il disco presenta serenate pop (MoonWalk, Stand Up Comedy) e brani impreziositi dagli archi di Nick Ingman, così come dalle musiche di Rossi (Colibrì, La Fine Del Mondo, Chiamala felicità); vi sono poi pezzi più energici con qualche sprazzo di elettronica (Chimica, Psyco) ed acustici (Jeky, La Camicia), e costruzioni ancor più ambiziose (la title track). Le canzoni sono nate durante un periodo complicato sotto diversi aspetti, come quello della pandemia, tema che viene messo in evidenza in particolare nella lennoniana Jeky, in cui Cremonini prova a mettersi nei panni di una ragazza, esplorando la sensazione di solitudine e di smarrimento provata dagli adolescenti in questa inaspettata situazione. A questa traccia si lega la ricerca di spensieratezza e di felicità in Chiamala felicità, uno dei brani più profondi del disco, non a caso posto in chiusura.

Del resto il disco esplora molteplici tematiche: l’amore tra tutte (Chimica, La Camicia), ma anche il futuro (la title track stessa e Colibrì), la scomparsa del padre (MoonWalk), il viaggio (La Fine Del Mondo), la follia (Stand Up Comedy, Psyco), la solitudine (Jeky) e la ricerca della felicità (Chiamala Felicità). “Sincerità” sembra la parola chiave ma “produzione” viene subito dopo. Lungo le 14 tracce si ritorna agli anni 70 agli anni 80 italiani tanto amati dall’itpop, si passa in rassegna rock e prog, cantautorato ed elettronica, citando pilastri quali BeatlesQueen, passando e ripassando per bene la lezione di Lucio Dalla. Si diceva di John Lennon in Jeky, ma influenze Fab Four sono rintracciabili nell’altra ballad acustica La Camicia. Non a caso, parte del disco è stata registrata ad Abbey Road, dove Cremonini è tornato dopo esser passato di qui per le session di Maggese una quindicina di anni fa. La ragazza del futuro è il brano più elaborato ed emblematico del lotto, una riflessione sull’avvenire e sul viaggio della vita, un pezzo palesemente ispirato a Dalla periodo Futura, tra basso funky, fantasie tastieristiche (e ai modulari) e l’ottimo Steve Jordan alla batteria. Elettronica e funk ottantiano sono ancor più protagonisti in Chimica, un brano felpato dalle scenografie di marca AIR, dove synth, chitarra elettrica e sax si uniscono in un groove di basso e batteria incalzante, così come in Psyco, il cantautore bolognese prova piroette alla Beck mescolando ancora ritmiche sincopate, glam rock e un pizzico di electro-boogie.

Cremonini festeggia una carriera ventennale con quello che è il disco con il quale si dovrà confrontare d’ora in poi. Una prova prodotta e suonata “come ai vecchi tempi”, come sempiterno è il romanticismo al centro dell’ispirazione dei suoi testi. Un sentimento che l’ex Lùnapop vive ancora nella sua fase seduttiva e di conquista, senza lo humour di un Robbie Williams eppur con lo stesso abito, avvalendosi di eleganza e buone maniere, mostrando i colori di uno splendido pavone che nel parlare di vita e di morte si rivolge alla sua giovane lei dicendole “…ma parlami di te”. Questo modo di relazionarsi alla femminilità è il limite del disco e della prosa cremoniniana in generale, soprattutto quando scivola sul paternalistico («Tu cerchi la felicità ma non è mai la verità / Guarda come tutto passa e se ne va»). È l’ingrediente mancante di un album altrimenti pienissimo. L’ingranaggio inceppato di un album-orologio che sa scandire tempi differenti con precisi passi di danza, in grado di scoperchiare spazi importanti, far viaggiare l’ascoltatore per cosmologie fantastiche e cieli stellati sopra a colli che non sono certo solo quelli bolognesi.

Cremonini è un artista che sa il fatto suo ed il lavoro, nel puntare a questa moderna età adulta pop, gli riesce a pieno quando le parole volano davvero come Dalla gli avrebbe suggerito di fare. Quando questo non accade, il rischio è di vedercelo invecchiare come una versione Bing Crosby di Mr. Peanutbutter alla Scala di Milano.

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