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“Chissà come sarà il domani” se lo dovrebbero chiedere quelli in cerca dell’X Factor o gli youtuber galvanizzati da vangate di click. Di certo non Cesare Cremonini, che pure si mette il dubbio e fa diventare Possibili Scenari un bivio, il momento in cui alzare l’asticella del suo pop. Non una rivoluzione copernicana, quella del cantante bolognese, ma un balzo in avanti che si complica e stratifica tra composizione e influenze senza mai perdere l’istinto melodico di sempre. Si prenda una serata in karaoke. Celentano Mina Baglioni, qualche trovata trash e poi irrimediabilmente qualcuno mette su 50 Special. Che può non piacere, ma non si può dimenticare. Motivo per il quale la rana spiaccicata sulla copertina di Squèrez (1999) dei Lùnapop rimane l’immagine di una scoperta. E il volto di Freddy Mercury tatuato sull’avambraccio di Cremonini una stella polare, vista la prima volta quando Suor Vincenza gli diede le prime lezioni di piano a 6 anni e cominciata a inseguire a 16, quando scrisse, appunto, 50 Special. La Don’t stop me now italiana, quella che fece ascoltare alla commissione della maturità, a nemmeno 18 anni. Poi sarebbero arrivate la carriera solista e le abbuffate di ritornelli.

Il nuovo disco di inediti segue dopo tre anni Logico e dopo due la raccolta live Più che logico, che a questo punto appare come un allenamento per l’annunciato tour negli stadi della prossima primavera – a Lignano Sabbiadoro, Milano, Roma e Bologna. Possibili Scenari è costato due anni e dieci chili in meno all’autore che, con lo storico produttore Walter Mameli, ha scritto il suo album più stratificato oltre che ricco di influenze, piste sonore e idee compositive che lo hanno reso un personale Anima Latina. Un disco senza pezzi brevi, come anticipato dal singolo Poetica. Più che una ballata, una suite che ricorda gli ultimi Beatles. Stesso strappo la title-track che apre l’album con un piano alla Spandau Ballet – tanto per non allontanarsi dai suoni anni ’80 tornati così di moda. È una sorpresa il potenziale singolo Kashmir-Kashmir, piano honky tonk che si trasforma in disco-music nella storia di emigrazione e integrazione di un giovane pakistano. Un “figlio di un mujaheddin” che canta le canzoni di Pharrell. «Voglio girare il mondo non andargli incontro», dice il ritornello del pezzo probabilmente più politico della carriera dell’autore, che in sala registrazione ha un canale all-news sempre acceso. Nessuno vuol essere Robin è l’elogio delle persone comuni – e perché no, anche perdenti – a fronte degli aspiranti Batman di Facebook o Instagram. Ed è la Se io fossi un angelo di Cremonini, che pure aveva avuto da Dalla la benedizione: «È il mio unico erede». Non si potrebbe (forse) andare più lontano con le reminiscenze grunge di Silent Hill, mentre Il cielo era sereno cita i Beach Boys e Al tuo matrimonio sembra una commedia di Morrissey. Menzione a parte meritano il new-folk dell’esotica La Isla e la storia d’amore che gocciola lungo la suite barocca La macchina del tempo.

Si chiude così un disco impegnato e impegnativo che suona come una presa di coscienza e di responsabilità. Complesso come solo la maturità può essere. Poco importa se potrebbe – ma è ancora da provare – restare in air-play meno a lungo poiché, a prescindere dalle hit, l’album è destinato a rimanere più dei precedenti. Anche più di quel Maggese (2005) che aveva mostrato ardire orchestrale e compositivo senza però lasciare un segno nell’immediato. Non ci potrebbe essere corollario migliore degli stadi per un talento melodico come Cremonini, che ha già dimostrato di essere animale da palco. Una popstar che per vent’anni ha abitato le frequenze radiofoniche. E il protagonista di una festa che, considerando tutte le hit, rischia di trasformarsi in un karaoke di gruppo, oltre che in ulteriori date di una tournée più lunga. Uno scenario decisamente possibile.

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