Recensioni

C’è un momento immediatamente dopo la prima metà di Material Love, il secondo film scritto e diretto da Celine Song (che con l’esordio di Past Lives aveva convinto davvero tutti, da Martin Scorsese a Christopher Nolan) che è emblematico della direzione sbagliata imboccata dalla narrazione, al termine di un lungo incipit in cui a parlarci prepotentemente dei personaggi di cui seguiamo l’intreccio sono più i dialoghi carichi di significato e le dichiarazioni di intenti di ciascuno.

Nella scena in questione, Lucy, dopo essersi tirata indietro da un viaggio insieme a Harry, si ritrova impossibilitata a tornare al proprio appartamento perché subaffittato per l’occasione (siamo a New York, quindi l’offerta era ghiotta) e quindi da chi va per farsi ospitare per i giorni che le rimangono? Dal suo ex ripiombato qualche settimana prima nella sua vita, sembra ovvio. Possibile che non avesse altre alternative? Beh, se dovessimo rispondere diremmo che questa singolare scelta è il frutto di una pigrizia narrativa tale per cui per tutta la prima parte di questa sua opera seconda Song è rimasta incastrata nel tentativo di scardinare le regole della tipica commedia romantica salvo dimenticarsi di costruire fondamenta solide per raggiungere tale obiettivo.

Ed è un vero peccato, perché le premesse per reinventare un genere che è ormai considerato superato, dopo l’exploit degli anni ’80 e ’90 e qualche timido tentativo di recupero nei primi del Duemila, c’erano tutte (ci ha provato anche Lena Dunham su Netflix recentemente). Una protagonista forte che dopo una delusione d’amore, si mette alle spalle ogni illusione romantica per portare avanti la tesi che nell’amore quasi nulla è il risultato di spontaneità ma solo il frutto di un preciso calcolo aritmetico che coinvolge diversi fattori. Lucy, interpretata in maniera scialba e irritante da Dakota Johnson, qui davvero ai minimi storici (e dopo la saga di Cinquanta sfumature sembrava quasi impossibile far peggio), sarà quindi costretta a scegliere se cedere alle lusinghe del ricco rampollo Harry (un Pedro Pascal ormai inflazionato) o alla vecchia fiamma rifattasi viva dopo anni (Chris Evans col pilota automatico). Tuttavia, la scelta non sarebbe poi così problematica se seguissimo le linee guida che Song espone nella prima ora di Material Love.

Chris Evans e Dakota Johnson in “Material Love”

La ragione per cui dalla sequenza sopra descritta in avanti si fa davvero tanta fatica a credere alle parole dei personaggi è che al centro dell’intreccio a mancare non sono le dinamiche relazionali, ma le azioni vere e proprie, quelle che debbono fare seguito alle linee di dialogo così minuziosamente assemblate. Perché Lucy, Harry e John per lo spettatore non sono nessuno al di fuori del loro lavoro o della loro mera funzione archetipica. La donna in carriera disillusa dall’amore, il ricco in cerca di sistemazione, l’ex squattrinato e idealista. Nel mezzo? Il mondo degli incontri virtuali (rigorosamente tra persone facoltose) in una New York che Song non esita a ritrarre come un luogo involucro e megafono per la visione di vita della sua protagonista. Nessuno di loro, però, ha amici, passioni, hobby, nessun indizio sulla loro vita al di fuori della sfera lavorativa, le loro letture, i gusti musicali… tanto che alla fine lo spettatore si chiederà a ragione il perché di tali scelte. Ad esempio, non è mai chiaro se la protagonista, che è davvero abile nel suo lavoro, creda veramente alle sue parole oppure se anche queste facciano parte di una ingegnosa messinscena, riflesso della visione analitica della vita/lavoro che ha costruito (ricordiamo che ha un passato da attrice).

In questo senso, appare completamente insensata, a livello narrativo, la scelta di concentrarsi fin troppo su un plot twist che prende di petto la questione delle molestie sessuali nel mondo degli incontri virtuali, poiché non solo impedisce un corretto approfondimento psicologico dei diversi personaggi in campo (non capiamo mai perché dovremmo affezionarci all’una o all’altra storia d’amore), ma toglie dignità e spessore a un tema così delicato, che come conseguenza ha solo quella di distogliere l’attenzione dai binari principali sui quali poi ripiombiamo improvvisamente nel confuso e affrettato finale. Il confronto conclusivo tra Lucy e John è una delle sequenze meno coinvolgenti di qualsiasi rom-com si sia mai vista non perché sia girata male, ma proprio per i motivi già esposti: davanti a noi non abbiamo personaggi ma involucri contenenti solamente slogan e frasi a effetto.

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