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7.5

Nella musica, qualsiasi sia il genere, si consuma un grande mistero. Non quello di stampo romantico dell’indagine dei sentimenti umani o del linguaggio che dice quello che la parola non può. Piuttosto, il mistero di come presupposti completamente diversi possano portare a brani che funzionano, nel senso che hanno qualcosa da dire per noi che ascoltiamo qui e ora, come per chi lo faceva in passato e lo farà in futuro. Vale per la musica perfettamente simmetrica di Johann Sebastian Bach, come per il pianismo più intimo di Frederic Chopin, per il fascino mastodontico di un brano dei Tool o il delicato arpeggiare di un brano di Vashti Bunyan. Presupposti compositivi, atmosferici e filosofici diversi, non per forza contrapposti, che però nel mistero della musica producono atti comunicativi altrettanto efficaci.

Si tratta di un discorso che può venire in mente ascoltando At Source, l’EP nato dalla collaborazione tra Caterina Barbieri e Bendik Giske: da una parte incastri di synth modulari che si sviluppano in circolarità perfette, metronomiche, cerebrali; dall’altra il suono del sassofono come atto performativo, con Giske che più di una volta ha usato il proprio corpo come estensione dello strumento, cercando di portare l’ascolto dentro al sax stesso. Qui sarebbe facile usare la metafora dei mondi agli antipodi che si toccano/scontrano. Ma la questione è più profonda di così.

Certo, la scelta simbolica di intitolare ognuno dei quattro brani dell’EP con una coppia di parole separate da una virgola sembra indicare precisamente l’ambito di azione di ognuno dei due musicisti che si incontrano/scontrano da qualche parte. Ma è anche un riferimento al duale, alle cose che non si danno da sole, ma che vengono in coppie: la luce e l’oscurità, il giorno e la notte, e così via rimandando a un’infinità di contrapposizioni e giustapposizioni che moltiplicano come uno specchio infinito l’ambito di dispiegamento della musica prodotta.

At Source è un disco liminale, che tra le coppie giustapposte va a cercare la soglia che le separi e unisca. È un disco che riflette sul confine tra macchina e umano ma, come sottolinea Barbieri, accogliendone la vulnerabilità intrinseca, troppo spesso non presa in considerazione. Allo stesso modo, ma di convesso, Giske ha dichiarato che lavorare ai quattro brani è stato un viaggio interiore al cuore di chi egli sia e che cosa abbia da offrire. Pur nella sua piacevolezza, quindi, At Source non è un disco consolatorio, una di quelle facili sintesi ottimiste e speranzose in un futuro migliore. L’interrogativo è equamente distribuito su ciò che si guadagna e su ciò che si perde nell’incontro/scontro tra artificiale e organico.

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