Recensioni

Postulando l’hardcore continuum, Simon Reynolds ha voluto sottolineare il legame ombelicale che unisce una serie di musiche legate al dancefloor UK. Una vera e propria musica-virus che, dai rave e dai club, si diffondeva attraverso varianti e mutazioni. Da una forma di breakbeat è nata la jungle, poi evoluta in d’n’b, e da essa derivano garage, 2-step e dubstep. A un certo punto il rave è stato simbolicamente dichiarato morto, ma ha liberato i suoi fantasmi: è arrivato Burial, con altre interessanti chiavi di lettura proposte da Fisher.
Da allora, alcune delle produzioni più affascinanti hanno indagato il cosiddetto negative space: gli spazi, i vuoti o i silenzi tra bassi, beat e groove. Un’antimateria sonora a cui si sono dedicati Kode 9, Mumdance, Logos e molti altri, reiniettando brandelli del continuum in una dimensione che astrae e atomizza la musica da ballo, coerente con la frammentazione del reale introdotta dalle tecnologie odierne e con un futuro ancora preconizzabile.
L’hardcore non era l’unico continuum possibile: ne potremmo pensare uno per la techno UK, o esplorare tutte le ricerche che, partendo dai Basic Channel e relative diramazioni, hanno indagato lo spazio antimaterico. La carriera di Guy Brewer interseca in un timestretching tutte queste linee estetico-temporali: prima con il duo Commix, poi con il progetto solista Shifted, e infine con Carrier e il suo album di debutto, Rhythm Immortal.
Alias e titolo richiamano influenze dirette: un nome che più Chain Reaction non si potrebbe, un Rhythm che dialoga con Sound, e quell’Immortal che si riallaccia a Modern Love, etichetta già casa di Andy Stott e Demdike Stare, maestri nel dialogo tra silenzi, haunted groove & beats. Nei ’90s c’era isolazionismo e le sue “infezioni dub”: tra i protagonisti, Kevin Martin. Brewer aveva agitato questi spettri nell’ultima produzione come Shifted, Constant Blue Light, scaturita da un ritiro forzato dal circuito dance, mentre prima con i Commix aveva contribuito a rinverdire il verbo d’n’b continuando una tradizione anche nel solco di Photek e del suo Ni-Ten-Ichi-Ryu, con la spada katana a fendere uno spazio rituale e psicoacustico, arcaico e futuristico assieme (Outer Shell).
Seguito di due EP altrettanto importanti (il mixtape Pre-Millennium Witchcraft 1995 – 1998 e il percussivo In Spectra), l’album parte come una distopia nel metaverso di Burial (A Point Most Crucial), per abbracciare due collaborazioni laterali: Voice Actor nella thrilling That Veil of Yours e Memotone nella più jazzata Offshore. L’ascolto in cuffia ne restituisce tutti i dettagli, con una meticolosa gestione di texture, accenti e dinamiche. Un world building affascinante – anche di rimando a Hassell e ai suoi quarti mondi (Wave After Wave) – costruito con pochi elementi cesellati, una catarsi costantemente sotto assedio, sospinta da un daimon dell’artista.
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