Recensioni

8.2

Nel 1988, John Peel sceglie come disco dell’anno l’aggressivo debutto di un trio che, in ventidue tracce e meno di quaranta minuti, riprende la brutale lezione dei Napalm Death – in cui milita uno di loro – applicandola a versi crudi, direttamente ispirati a manuali di anatomia. La band si chiama Carcass, viene da Liverpool, e con Reek of Putrefaction dà manforte all’armata grindcore, una corrente che scortica l’ascoltatore a colpi di chitarra, urla abrasive come la carta vetrata e testi che paiono appunti di un chirurgo uscito di senno. Per forgiare il maelstrom del successivo Symphony of Sickness, la band chiama in studio il produttore Colin Richardson, che asseconda la tendenza a scrivere canzoni più lunghe e articolate, spesso variate da qualche lentezza e da sfoghi death. Quando al batterista Ken Owen, al bassista Jeff Walker e a Bill Steer (che nel frattempo ha abbandonato i Napalm Death) si unisce un secondo chitarrista, ovvero lo svedese Michael “Mike” Ammott, già fondatore dei Carnage, arrivano i ritmi schizofrenici e i maniacali scoppi di rabbia di Necroticism – Descanting the Insalubrious, che contengono in nuce i tratti melodici, gli intrecci e le aperture che troveranno pieno compimento solo due anni dopo in un disco chiave per gli sviluppi del metal estremo.

Registrato tra maggio e giugno del 1993 nei Parr Street Studios di Liverpool (quelli dei primi tre LP dei Coldplay, recita orgoglioso il sito web della struttura), Heartwork esce il 18 ottobre di quell’anno. L’etichetta è ancora una volta la Earache di Nottingham e Colin Richardson è nuovamente alla produzione: i risultati, però, sono inaspettati e sorprendenti. I suoni, innanzitutto: maestosi, inquietanti e levigati come la scultura di H. R. Giger fotografata in copertina, si compattano in brani concisi che non si vergognano di seguire il classico schema strofa-ritornello. La granitica sezione ritmica non ha come scopo mantenere velocità folli, bensì fornire un groove solido alle acrobazie tecniche e liriche di Steer e Ammott, questa volta autori di tutte le musiche. Non è un caso che al centro del mix ci siano proprio le loro chitarre, che passano da cupi ribattuti a inaspettati fraseggi legati, combinandosi talvolta in progressioni e armonie figlie della New Wave of British Heavy Metal di Iron Maiden e Saxon. Questa credibile ed equilibrata unione di melodia e aggressività, che At the Gates, Dark Tranquillity e soci sviluppano quasi contemporaneamente in territorio svedese, ha un carattere di rottura simile a quello di un album che curiosamente esce il giorno successivo, ovvero Chaos A.D. dei Sepultura. Due lavori gemelli, che tracciano nuove seppur diverse declinazioni all’interno dei canoni death, accomunati non solo dalle innovazioni musicali ma anche da un cambio di rotta rispetto ai testi, per la prima volta declinati in senso esistenziale e sociale, o “punk” come li ha definiti Jeff Walker una decina di anni fa nel documentario The Pathologist’s Report.

È proprio il bassista della band a darci il benvenuto con un gutturale «Welcome to a world of hate», esattamente un minuto dopo il solenne e devastante inizio di Buried Dreams. Il testo di questa mirabile apertura è molto più lineare di quelli che seguiranno: definisce da subito un mondo che ha seppellito sogni, speranze e illusioni. In Heartwork, Walker solleva gli occhi dai rapporti medici e osserva una realtà fatta di sfruttamento, schiavitù e violenza, interpretando i suoi scritti (per la prima volta da solo) con un growl strozzato, animalesco e malvagio, ma comprensibile e netto quanto i timbri che lo circondano. Giochi di parole, termini ricercati, citazioni da Amleto e Macbeth si alleano con riff affilati e assoli penetranti, che non si limitano a incidere carni e tessuti ma affondano nell’anima, tenendo in pugno l’ascoltatore con lucidità e potenza. I ripetuti assalti di Carnal Forge, la raggelata ma accessibile No Love Lost e i vertiginosi cambi di velocità della title track – coronati da una feroce raffica di doppie casse – completano il sublime poker con cui si apre una partita coerente e coesa. I richiami thrash di This Mortal Coil si agganciano agli echi oscuri di Embodiment, mentre la dura Arbeit Macht Fleisch assume un profilo quasi industrial, anticipando anche nei temi ciò che i Fear Factory racconteranno due anni dopo in Demanufacture. Filigrane hard rock e deviazioni prog appaiono nelle turbolenze elettriche di Blind Bleeding the Blind, mentre la doppietta finale Doctrinal Explectives e Death Certificate è una rilettura aggiornata del grindcore di qualche anno prima, con tanto di assoli acidi e scariche blast beat.

L’eco dell’album si espande presto, inondando di ferocia e melodia non solo gli ambiti death, ma anche cupi esponenti del black, in primis gli svedesi Dissection, e i sincopati pattern del metalcore statunitense. Un’onda d’urto che ha l’effetto (positivo) di un boomerang quando diventa fonte di ispirazione anche per Surgical Steel, il riuscito disco con cui i Carcass ritornano sulle scene nel 2013, dopo l’interlocutorio Swansong. Anche a distanza di un quarto di secolo, Heartwork non stanca e continua a colpire per intensità: i suoni e la produzione sono tuttora taglienti e attuali, proprio come le parole. «Machine coded / Reduced to hard memory / In a data base / Digitalised / Statistical obituary / Your only legacy / Your final resting place», recita un passaggio di Death Certificate. E prima di concludere Buried Dreams con un «all you need is hate» speculare a ciò che diceva un altro – ben più famoso – quartetto di Liverpool, Walker urla: «In futility, for self preservation / We all need someone / Someone to hate». Due citazioni che si applicano alla perfezione agli aspetti più vacui, aggressivi e ipertecnologizzati dei nostri tempi, confermando ancora una volta la statura spaventosa, sinistra e minacciosa di un classico assoluto del metal.

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