Recensioni

Sono tornati i Carcass. La cosa era nell’aria vista la ripresa dell’attività live nel 2007, ma ora arriva la certificazione con Surgical Steel, primo album dopo diciassette anni di assenza discografica. Lo so fa un pò strano a dirlo, ma la prima considerazione ascoltando questo comeback è che i Carcass sembrano aver messo la testa a posto.
Ovviamente non c’è niente di quel grindcore grezzissimo e cadaverico che tanti estimatori ha avuto in terra d’oltremanica (inseriti anche nella storica Pathological compilation perché fondamentali per gli sviluppi industrial metal di Godflesh, God & co.), se non qualche lievissima concessione dal punto di vista testuale, con una manciata di titoli evocativi come agli esordi – Cadaver Pouch Conveyor System – e un immaginario appena appena più vicino ai vecchi incubi goregrind, magari rivisti con la lente dell’horror cinematografico di questi anni. No, a predominare è il linguaggio death, le batterie pestate, i riff velocissimi, le aperture melodiche di Heartwork, insomma il ritorno a un canone che i Nostri hanno forgiato e di cui sono padrini. In questo senso, la buona novella è che, sorvolando su qualche piccola ruggine fisiologica, la macchina di Jeff Walker e Bill Steer funziona a meraviglia ed è migliore di un’infinità di dischi death che girano oggigiorno. I fan possono stare tranquilli.
Però ti aspetteresti qualcosa in più, ti aspetteresti il proseguimento di un’indagine sull’estremo che invece non c’è. Giocano in casa, sul piacere di riassaporare il marchio Carcass dopo tanto tempo, su una brutalità decisamente autoreferenziale, più o meno a metà tra Necrotism e Heartwork. Strano, non si erano mai guardati allo specchio finora. Speriamo sia solo perché dovevano scaldare i motori.
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