Recensioni

6.8

Con il secondo album, Caleb Landry Jones conferma una scrittura – come avevamo detto in sede di recensione per il precedente lavoro – gestita «con spirito da romantico flaneur, quello di un dandy che pesca dalla psichedelia visionaria dei Beatles, dal trasformismo glam di David Bowie e da quello surreale dei T. Rex». Un approccio che, al netto di buoni numeri, tuttavia annegava in eccessiva pomposità e ripetitività compositiva, «intrappolando l’ascoltatore in una dimensione da ritornello di Lucy In The Sky With Diamonds mandato ossessivamente in loop senza via di scampo».

In Gadzooks Vol. 1 le influenze e le caratteristiche base restano immutate, ma è evidente come il Nostro, tra le riprese di un film e l’altro, si sia dato da fare per perfezionare il suo funambolico e rocambolesco vaudeville, pieno di colpi di scena e cambi di inquadrature, rendendolo più coinciso e meditato. Certo, rimane qualche riempitivo (California, For A Short Time) e la pur apprezzabile coda di oltre quindici minuti che conclude il grazioso honky tonk da luna park This Won’t Come Back, se da una parte ha il merito di evocare fellinianamente le ore successive all’ultimo spettacolo di un circo, dall’altra non va troppo oltre il minutaggio fine a se stesso, ma nel complesso le cose si fanno più interessanti e coese.

Un cambio di passo immediatamente ravvisabile nella marcetta claudicante di Never Wet e che prende quota con il beatlesianesimo à la Being for the Benefit of Mr. Kite di Yesterday Will Come. Ma è tra il gustoso glam bowiano di Boogie e la varietà incentivata dai frammenti brevi di A Slice of Dream, tutto dreamy e distorsioni, e della lisergia rumorista di Gloria, che spicca il drammatsimo onirico di The Loon (consigliato anche il recupero del relativo videoclip), brano di psichedelia allucinogena e cupa che fa guadagnare decimali al disco, mostrando come quella intrapresa da Jones sia la strada giusta.

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