Recensioni

Precoce e poliedrico, Caleb Groh ha esordito a sedici anni con moniker e atmosfere soniche diverse rispetto a quello che sembra a tutti gli effetti il suo disco più maturo e completo: Ocelot. Un EP, Hot Pop, per prendere le misure, e poi un lavoro di limatura su nuovi brani che prendono vita da un sottobosco indie-folk tanto caro ai primi Glass Animals e che si evolve in un r’n’b immerso in un suggestivo pop reso vitale dalla dicotomia urbano/tropicale.
I fiati e il groove di Vocelot traducono perfettamente in suono questa mescola, merito anche di una freschezza che rimane intatta anche nei momenti in cui è lo sperimentalismo a prendere piede, come nel ritmo irregolare di Thunder At. Nulla però è fuori posto, in primis la voce di Caleb Groh, che mantiene la sua singolarità affascinante sia nel featuring con Molly Parde per Indigo, sia negli altri brani, grazie anche ad una versatilità che valorizza un timbro accattivante. Molto bello quando è pulito come in Vox, meno quando viene oscurato dall’uso del vocoder in stile Bon Iver come in Dancer In A Diamond Fire. Si parlava prima di collaborazioni, mai banali anche queste: la ballata Sir Ten Words con Erin Rae e Timbre ricorda quasi alcune romanticherie alla The Shins, Oleander (con Jeff Pianki) torna invece agli esordi folk imbevuti di un’elettronica morbida e mai invadente.
Un bel disco questo Ocelot: Caleb Groh, fedele all’autoproduzione, riesce ad alzare l’asticella rispetto a quanto fatto in precedenza, maneggiando con cura ambient un impeto folk mitigato da una elettronica elegante.
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