Recensioni

L’ispirazione può arrivare quando non sai che fare della tua vita. Questo è successo a Caleb Landry Jones, attore conosciuto per la sua partecipazione a film e serie tv come Scappa – Get Out, Tre manifest a Ebbing, Missouri e Twin Peaks: The Return, che per superare un trauma personale si è curato con l’autoterapia creativa. Incoraggiato da Jim Jarmusch, per il quale ha recitato ne I morti non muoiono, pubblica il suo esordio su Sacred Bones.
The Mother Stone è scritto con spirito da romantico flaneur, quello di un dandy che pesca dalla psichedelia visionaria dei Beatles, dal trasformismo glam di David Bowie e da quello surreale dei T. Rex. Influenze evidentissime ma comunque mescolate con piacevole competenza. Da tutto questo è intuibile come Il disco somigli a un trip spinto con un’ottica progressiva da montagne russe, tra continui salti, rallentamenti e tensioni honky tonk che volano verso stati mentali onirici. Un metodo teatralmente ben gestito e che frutta pezzi interessanti, come la visionaria title track e la lennoniana You’re So Wonderfull. E ancora il vaudeville da musical di I Dig Your Dog o la splendida No Where’s Where Nothing’s Died, che si muove tra planate nel cielo con i diamanti e stacchi à la Rocky Horror Picture Show, facendo tesoro delle intuizioni produttive di George Martin. Canzoni che mostrano la capacità del nostro di vivere in un mondo parallelo à la Velvet Goldmine spinto all’eccesso che, nonostante l’evidente derivativismo, riesce a coinvolgere con poderose orchestrazioni ed efficaci arrangiamenti barocchi. Tuttavia, dopo la sognante Licking The Days e l’elegante drammatismo di For The Longest Time, che sarebbe stata un’ottima chiusura del disco, il tutto continua ad andare avanti in un cortocircuito autoreferenziale. Questo fa emergere una certa ripetitività compositiva, intrappolando l’ascoltatore in una dimensione da ritornello di Lucy In The Sky With Diamonds mandato ossessivamente in loop senza via di scampo. E la cosa, se non provoca prima una spontanea reazione lisergica, diventa un po’ estenuante.
Nel complesso, un ascolto piacevole e un esordio non male, fatto di solide basi stilistiche e un’ispirazione genuina, ma che per risultare pienamente convincente avrebbe bisogno di meno tentazioni da modernariato e più coincisione. Speriamo che nel prossimo vuoto esistenziale Caleb Landry Jones trovi il tempo per gestire ancora meglio la materia, le potenzialità ci sono tutte.
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