Recensioni

Non deve essere stato facile, per un brasiliano di Bahia, partire da una delle terre più radiose per andare a registrare sull’isola della musica per eccellenza, ma al contempo una della peggiori in fatto di meteorologia. Tuttavia non si trattava di una scelta ma di un esilio forzato. Il risultato di una situazione che aveva reso Caetano Veloso inviso ai militari responsabili del colpo di Stato avvenuto il 1° aprile 1964. Considerata la data, proprio un brutto scherzo.
Veloso viene arrestato a San Paolo il 27 dicembre 1968 insieme a Gilberto Gil: la colpa dei due artisti è di essere esponenti di punta del Tropicalismo, un movimento di spinta socio-culturale che non rispetta l’idea nazionalista e conservatrice – di “tradizione brasiliana” – sostenuta dal regime. Veloso e Gil inoculavano a samba e bossa nova dosi di rock, psichedelia, cultura pop e avanguardia in modo considerato anarchico se non addirittura sovversivo; partecipavano a manifestazioni culturali e studentesche contro l’autoritarismo; sul palco erano percepiti come provocatori e moralmente destabilizzanti. Eclettico e indisciplinato, il Tropicália, o Tropicalismo, faceva toccare gli opposti del folk brasiliano e del rock britannico: «Volevamo raggiungere la libertà di trovare ispirazione sia nella musica pre-bossa, considerata di cattivo gusto, sia nel rock post-bossa, considerato violento e imperialista», dichiara Veloso.
Il destino è comunque benevolo. Mentre migliaia di brasiliani vengono torturati e uccisi, per effetto della grande popolarità e visibilità lui e Gil sono rilasciati a patto di abbandonare il paese. «I militari ci permisero di suonare un concerto per raccogliere i soldi per un biglietto aereo e lasciare il Brasile», racconta ancora Veloso. «Il nostro manager è andato in Europa prima di noi per verificare dove avremmo potuto vivere. Lisbona e Madrid erano fuori discussione dato che Portogallo e Spagna erano sotto una pesante dittatura. Parigi aveva un’atmosfera musicale noiosa. Londra era il posto migliore per un musicista». Sarebbero stati esuli per altri tre anni.
La capitale britannica, dove Veloso e Gil si trasferiscono nel 1969, per il primo è un trauma. Nei suoi ricordi, Caetano descrive la capitale inglese come un luogo di depressione, isolamento e spaesamento culturale. Parla poco l’inglese, frequenta quasi esclusivamente compatrioti e vive l’esilio come una fragile sospensione della sua identità. Il primo risultato di questa fase è Caetano Veloso, del 1971, disco malinconico e rarefatto, in gran parte cantato in inglese. Nello stesso anno torna a Bahia per partecipare al quarantesimo anniversario di matrimonio dei genitori. La sorella Maria Bethânia, cantautrice altrettanto acclamata, si è accordata in anticipo con un contatto nell’esercito, ma all’aeroporto di Rio alcuni poliziotti in borghese conducono Caetano in un appartamento e lo pongono di fronte a un dilemma: favori personali a fronte della sua arte. Tornato a Londra scosso, convinto di non poter più tornare a casa, questa volta Veloso decide di ottenere il meglio dalla città di adozione. «Ho iniziato ad apprezzare l’erba, prima di tutto. Poi le panchine e i taxi che sembravano carri funebri». È d’aiuto anche il fatto che il produttore Ralph Mace apprezzi il suo modo di suonare la chitarra, quando in Brasile spesso non gli era stato permesso di farlo perché considerato tecnicamente insufficiente rispetto agli standard dei turnisti locali.
Transa, pubblicato nel 1972 dalla Philips, l’ultimo album dell’esilio, rappresenta la piena metabolizzazione dell’esperienza londinese. Fin dall’inizio, infatti, il disco evita qualsiasi retorica “folcloristica” da cartolina brasileira. You Don’t Know Me, il brano di apertura, in questo senso è programmatico: inglese e portoghese si intrecciano come due lingue in un bacio alla francese, il canto sembra improvvisato e sgusciante, le strutture armoniche si allungano con la naturalezza sconsiderata che non tiene conto del risvolto commerciale. Non c’è alcuna volontà, orgogliosamente, di calcare sull’elemento pietistico dell’esiliato per ragioni politiche. Al contrario, Veloso trasforma la condizione di sradicamento dalla sua terra in linguaggio universale. L’inglese – benché imbevuto del portoghese – non è un obbligo, una concessione alle aspettative di vendita, ma la prova di una coscienza che, tra Bahia e Chelsea, messa a dura prova, lotta per non spezzarsi.
Di Transa colpisce il modo nel quale Veloso si apre alla contaminazione, alla musica elettrica britannica, senza farne una scimmiottatura da esportazione ed etichettare come “rock brasiliano”. Le chitarre acustiche e il ritmo cullato hanno sfumature da Rolling Stones à la Exile On Main St., ma non c’è dubbio che il DNA del pulsare ritmico rimanga affabilmente afro-brasiliano. A Londra, Veloso ha scoperto il reggae: lo rumina, lo assimila e lo integra in Nine Out Of Ten. «Walking down Portobello Road to the sound of reggae, I am alive», canta. È la confessione di una epifania, la piacevole scoperta di quanto la geografia culturale e musicale nera si estendesse oltre la sua conoscenza.
Come in It’s A Long Way. Quando Veloso intona «Woke up this morning / Singing an old, old Beatles song», non si può fare a meno di pensare alla sua concreta esposizione londinese ai Beatles, a una sorta di conseguente tributo alla band di Liverpool e contemporaneamente a un attestato di riconoscenza per il forzato, ma tutto sommato lenitivo, approdo sull’isola dei Fab Four.
Benché il vertice assoluto di Transa si rivelerà Triste Bahia, il più impressionante gioco di magia per allestire l’illusione di un pezzo di Brasile, puro al 100%, nessuna concessione alle contaminazioni, in terra straniera. Quasi dieci minuti nei quali Veloso intreccia versi attribuiti al poeta Gregório de Matos e riferimenti alla Capoeira con ritmi della tradizione afro-bahiana dalla valenza rituale al limite della purificazione. Un crescendo spiritato, tribale, esorcizzante i timori, i soprusi e le coercizioni subiti: uno dei momenti più radicali dell’intero catalogo di Veloso.
Fanno da contraltare la samba di Mora Na Filosofia, cover di un brano di Monsueto Menezes e Arnaldo Passos, che Veloso reinterpreta per darne una versione rarefatta e modernista, e la bossa nova mutante di Neolithic Man, sconquassata da percussioni intrusive come cannonate, con il contributo di Gal Costa. La ribalta cala con Nostalgia (That’s What Rock’n Roll Is All About), annunciato rock’n’roll tascabile con tanto di armonica a bocca, che suona come saluto di commiato alla terra che del rock ha fatto un marchio di fabbrica nonché una floridissima industria.
Transa è un disco brasiliano il cui contesto produttivo influenza la pasta del suono senza intaccarne la grammatica musicale: esempio di MPB tropicalista che rispetto alla pulizia levigata di molte produzioni del periodo si fa più granulosa, organica, dilata i contrappunti strumentali e libera le briglie alle cavalcate ritmiche. Svestendo la brillantezza tipica della musica brasiliana percepita da lontano, la peculiarità che rende Transa un punto di riferimento consiste nella fluidità di una narrazione sincera e credibile, insieme intima e malinconica, umana e politica: una voce che neppure la dittatura riesce a silenziare.
Quando rientra in Brasile per l’anniversario dei genitori e viene rapito, i militari chiedono a Veloso di comporre una canzone che celebri la Transamazônica, gigantesca autostrada voluta dalla dittatura come simbolo di modernizzazione nazionale. Il cantautore declina l’offerta. Secondo fonti carioca, il titolo Transa nacque come risposta ironica a quella richiesta. In portoghese brasiliano colloquiale, “transa” può indicare un affare, una faccenda, una combinazione, un intrigo, una situazione complicata ma anche una relazione erotica o un coinvolgimento intenso tra persone. Non esiste dunque una traduzione univoca e così, in fondo, è anche Transa: una sintesi della condizione dell’autore in quella fase della sua vita, al centro di un turbinare di lingue, culture, crisi d’identità, tensioni politiche e musiche che, travalicando i continenti, si fondono generando un risultato più grande della somma delle parti.
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