Recensioni

Per un artista che ha cominciato la sua carriera musicale sotto la luce di un forte impegno civile, che l’ha declinata in oltre cinquanta dischi e nella fondazione di un vero e proprio movimento culturale – il tropicalismo – che va oltre lo stile musicale, Caetano Veloso non ha perso il suo sorriso. Certo, spesso agrodolce, a volte perfino amaro, ma sempre impegnato. La sua musica è sempre stata in bilico tra intimismo e impegno civile, perché il cantautore da Bahia è convinto che il cinismo sia la strada privilegiata per il menefreghismo. Meglio usare l’ironia per difendersi, quando serve, ma non girare gli occhi dell’altra parte.
Succede anche con questo nuovo Meu Coco, registrato durante l’isolamento pandemico, quando il suo Brasile era (come ancora è) guidato da un governo che non ha nascosto di avere un’agenda che non prevedeva necessariamente il benessere dei propri cittadini. Governo, poi… In una recente intervista, Veloso ha parlato piuttosto di “trambusto di follie” a proposito dell’operato del gabinetto di Bolsonaro. Così è nata ancora una volta la necessità di parlare del mondo che lo circonda.
Di questo mix di ironia e civismo è esempio perfetto Enzo Gabriel, un brano vagamente screziato di atmosfere tanguere, che prende il titolo dal nome più diffuso tra i nuovi nati brasiliani. Allora Veloso parla direttamente a questo Enzo Gabriel, adulto del futuro, e gli chiede “quale sarà il tuo ruolo nella salvezza del mondo?”. Politica più esplicita arriva nel funkettino di Não Vou Deixar. Nel frullatore creativo di Veloso finiscono anche un po’ di raro rock Anjos Troncos, i sapori mediorientali di una Cyclamen of Lebanon orchestrata da Jacques Morelenbaum e l’amata poliritmia del samba (GilGal). Intimismo giocoso, invece, arriva da Autoacalanto (auto-ninna nanna), in cui il tema musicale è preso dalle lallazioni della nuova nipotina. Menzione speciale per il duetto con la fadista portoghese Carminho (Você-Você), che costruisce un ponte tra Bahia e Coimbra.
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