Recensioni
Built To Spill
When the Wind Forgets Your Name
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Antonio Pancamo Puglia
- 8 Settembre 2022

Se, fino a due o tre lustri fa, reunion blasonate come quelle di Pavement, Pixies, Dinosaur Jr o anche Sebadoh ci facevano ormai percepire l’indie rock storico dei ‘90 come roba da museo, poi grazie a Dio arrivava sempre qualcuno come Doug Martsch a ricordarci, con dischi come You In Reverse (2006) e There Is No Enemy (2009) che sì, era ancora possibile scrivere grandi canzoni e suonare musica fresca, potente e ipnotica pur utilizzando il solito vocabolario un po’ ingiallito.
E però oggi, complici gli ulteriori anni passati da allora e le lunghe pause tra un lavoro e l’altro (complice la pandemia, certo), non possiamo che percepire i Built To Spill – che, in sostanza, sono il deus ex machina e due o più membri quasi sempre diversi – a loro volta come roba da museo, nel bene e nel male. Nel bene perché, anche quando i livelli di ispirazione e linfa vitale iniziano fisiologicamente a scemare (o si mantengono sulla soglia dell’accettabile), fan e fedelissimi avranno sempre di che essere contenti al cospetto dell’ennesimo LP, dal momento che si tratta di una delle formazioni più amate del Pacific North West e della scena a stelle e strisce tutta (e monumenti a 33 giri come Perfect From Now On o Keep It Like A Secret stanno sempre lì, a ricordarcelo).
Nel male perché, se l’autoreferenzialità dopo trenta e rotti anni di carriera è impossibile da evitare, si resta comunque un po’ spiazzati nel dover affrontare lavori appena sufficienti come questo, pur onesto, When The Wind Forgets Your Name, nove episodi di maniera in cui viene sfoggiato l’usuale repertorio di melodie indolenti e cantilene naïf intonate dalla voce nasale, eternamente sospesa tra i feticci Neil Young e Daniel Johnston, di Martsch. Al quale, certo, non si può dar la colpa di essere sé stesso, ma alla cui penna si augurano momenti più felici, al netto delle difficoltà di realizzazione di queste canzoni (incise con la sezione ritmica dei brasiliani Oruã e completate in solitudine e autonomia a casa, al computer, durante il lockdown).
Il nome in copertina e il marchio Sub Pop – inevitabile approdo dopo anni di major – inducono rispetto, sì, e i singoli apripista Gonna Lose, con i suoi bei riffoni e le armonie quadrate, e Fool’s Gold, tipica ballad in minore arricchita da tremoli e timide orchestrazioni sintetiche, sono ciò che esattamente ci si aspetta. Resta però poco altro – l’andamento vagamente dub di Rocksteady, o il valzer lento, soffuso e onirico di Elements, impreziosita da un inconsueto assolo di organo, il disincanto younghiano di una Understood o le chitarre Television di Spiderweb, fino alla coda psichedelica di Comes A Day.
Siamo comunque lontani dai guizzi e fasti risalenti anche solo a due album fa. Come già visto nel precedente Tethering The Moon, si preferisce navigare a vista. Con l’auspicio, magari, di ulteriori, inattesi ed eventualmente graditissimi imbizzarrimenti.
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