Recensioni

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Si ostinano a non deludere, i Built To Spill. Una turbina indomita lanciata a bomba su una strada che credevamo senza uscita, e forse lo è. Da quei nineties di mezzo che li videro nascere e scorazzare, il mondo è cambiato parecchio. La generazione a cavallo tra X e Y cui prestarono suoni e voce (non certo da soli), si è spostata, non abita più qui. Lo scetticismo aspro condito a straniamento, escapismo e un pizzico di sacro furore ha lasciato il posto ad uno strano impasto di angoscia ed eccitazione, un’effervescenza di cui nel tempo valuteremo esiti e sostanza.

Fatto sta che non si capisce bene a chi si rivolga il Doug Martsch appassionato, volitivo, contrito, onirico e feroce che impazza tra queste nuove undici tracce. E’ un po’ quel che accade ascoltando il nuovo disco dei redivivi Phish, fatte le debite proporzioni. Eppure, in questo caso e come spesso capita, la convinzione si basta da sé (col non piccolo aiuto – of course – del ben noto talento). Sentire con quanta fiera risolutezza incalzino gli assolo, con quale cuore le melodie si accartoccino, quanto sciroccato struggimento pervada quel ciondolare dolciastro e indolenzito, che razza di impeto ribolla nei pugnaci intrecci di basso e batteria, è di per sé uno spettacolo.

Una mischia in cui fanno buon gioco vampe di tromba, trepidi bordoni d’organo e un violoncello a pettinare il malanimo. I Wilco via Grandaddy di Hindsight, una Oh Yeah nel guado tra torvo tremolio Crazy Horse e solenne rapimento Smashing Pumpkins, il tumulto Hüsker Dü di Pat (che annichilisce d’amblé gli ultimi Pearl Jam) e l’assorta gravità quasi Black Sabbath (!!!) di Things Fall Apart sono gli episodi migliori di un programma di tutto rispetto. Che forse non ha molti appigli nel presente, ma sa abitarlo con entusiasmo ammirevole. 

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