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7.3

«Ci troviamo nel luogo di nascita della civiltà occidentale e stiamo assistendo alla sua fine», riflette Eno introducendo i grevi toni di There Were Bells, brano su commissione scritto assieme al fratello Roger per l’Acropoli di Atene e presentato in un particolare giorno d’estate del 2021 con 45 gradi all’ombra e incendi a imperversare.

FOREVERANDEVERNOMORE, il titolo con il quale l’artista torna al cantato come non gli capitava da Another Day On Earth, non ha bisogno di spiegazioni. Quel che davamo per scontato non lo è più, anzi, ci stiamo avvicinando a un peggio che per cerchi concentrici ci si sta parando davanti e non più solo di lato. Più caldo, più eventi estremi, l’inizio di una siccità che cambierà per sempre la nostra geografia. Chi ha visto i documentari di David Attenborough lo sa bene, i cambiamenti climatici sono in atto da parecchio, e più passa il tempo nell’indifferenza dei governi e più i contorni di un peggio da venire diventano più nitidi, innescando presagi, distopie, accelerazioni verso il baratro e così via.

Eno non ha rabbia e proteste in corpo da esprimere, preferisce mettere al centro una complessità di sentimenti espressi con una voce – per sua ammissione – ribassata dal trascorrere del tempo e un amniotico senso per la psichedelia che si sviluppa dalla catarsi per sconfinare nel celeste. «A volte questi sentimenti riguardano cose che desideriamo, altre volte riguardano cose che vorremmo evitare», scrive a proposito di un disco che esprime il presente come se ci trovassimo nell’ultimo teatro rimasto sulla terra.

FOREVERANDEVERNOMORE non rinuncia all’arte, ad essere opera artistica, all’umano o all’immaginazione. Il suo è uno scrutare tra nuvole cariche di presentimento e infine un abbandono ai sensi, l’anelito per l’ignoto. L’attesa di un trapasso che ricongiunge i piani narrativi: il requiem per la civiltà e quello per se stesso. Who Gives a Thought attacca astrale e gilmouriana, apparecchiando le quinte di un palcoscenico dalle luci calde e ambientali. Al centro c’è il crooning enoiano, pensoso e laconico. Spunti, appunti, preghiere laiche che un fascio di raggi disposto dai compagni di viaggio – il fratello, le figlie, Jon Hopkins – fissa in un presente fisso ma continuo. Lo spazio umano si fa spaziale. Organico e sintetico coabitano in We Let It In con Icarus Or Blériot a rallentare trame e sentimento per via di fuga che una Garden Of Stars riporta sull’asse di un coro verticale. Tra cambi di registro e tonalità, è l’Eno per come lo conosciamo che con la propria voce abita ambient(i) che nel recente passato non la comprendevano.

Tra rilasci e rade increspature, FOREVERANDEVERNOMORE raggiunge a più riprese un cosmico climax con Scott Walker e Johnny Cash a osservare dall’altro mondo. È un disco di pensieri, un carotaggio lunare sullo stato delle cose che restituisce l’immagine di un pianeta che ci vede soli eppur interconnessi, forse non ancora per molto.

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