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7.2

Presentato come una sorta di corollario di Someday World, questo High Life potrebbe invece rappresentarne il formidabile dark side. Soddisfatte le fregole pop – nel senso alto che si conviene quando ad essere coinvolti sono nomi di questo tipo – Eno e Hyde lasciano sbrigliata la vena all’inseguimento dell’estro sonico, che va a raggrumarsi su pulsazioni etno/funky robotizzate e tessiture ambientali marezzate d’inquietudine. I meriti, a quanto pare, vanno così distribuiti: Hyde ha fornito gli spunti chitarristici su cui Eno ha edificato architetture suggestive, dinamiche e luminose. Visti i risultati, direi che si è trattato del miglior metodo possibile.

Solo sei i pezzi in scaletta, di cui quattro però lasciati sviluppare tra gli otto e i nove minuti, col canto degradato ad ingrediente semplice, vibrazione melodica che significa solo in quanto risonanza nella tessitura di timbri e armonie caliginose: vedi Cells & Bells con le sue rarefazioni gospel, da qualche parte tra Before And After Science e le palpitazioni diafane del Canterbury, oppure il raga garbato e ipnotico di Return col suo gracidio luminoso di chitarre ed i cromatismi intrecciati di synth ad abbozzare un’enfasi etera non distante dagli U2 altezza Joshua Tree.

Il resto è invece strutturato su funky ingegneristici, guizzanti e acidi, dal tiro urbano febbrile come il Miles Davis di On The Corner (le seriali DBF e Moulded Life), oppure più pacati e flemmatici come la sorniona Time To Waste It e la solennemente mesmerica Lilac. Si potrebbe obiettare che in fondo abbiamo a che fare coi soliti “enismi”, ok, ma in questo caso riportati ad una brillantezza di tutto rispetto e a tratti prodigiosa, al punto da permettergli di collocarsi senza affanno nel guazzabuglio della contemporaneità.

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