Recensioni

6.5

Fortuna o maledizione? Essere “fratello di…”: fratello musicista (diplomato al Colchester Music College, dove aveva studiato piano e bombardino, nientemeno) del più famoso non-musicista della storia. Voi cosa dite? Roger è nato undici anni dopo Brian, e i rapporti con quest’ultimo, andato via di casa quando il primo aveva solo sette anni, si sono finalmente riallacciati solo nel 1983 (nell’occasione delle session canadesi che sfoceranno in Apollo, il bellissimo album non-solo-soundtrack attribuito a “Brian Eno with Daniel Lanois & Roger Eno“). Nel 1985 il fratellone interviene con i suoi “treatments” nell’album di esordio solista del fratellino (Voices), che da lì in poi si immola definitivamente alla “creazione di atmosfere”, dedicandosi alla realizzazione di opere spesso e volentieri pericolosamente sul ciglio di sprofondare in una bieca e melmostosa palude new age sonnolenta e insipida, ma che a volte gli permettono di cavalcare, miracolosamente, l’onda perfetta nell’Oceano della Melodia. Una trentina di pubblicazioni, sovente in collaborazione con altri artisti (Peter Hammill, Laraaji, Pier Luigi Andreoni, Will Thomas aka Plumbline, per esempio), tanti credits in colonne sonore, la musica di Roger Eno dove la metti sta: pura ambient, nel senso primigenio di “musica di arredamento”, come definita dal suo costante riferimento, Erik Satie. E sempre senza spocchia né smanie da santone, ma con stile e understatement tipicamente british: insomma massimo rispetto, tenuto anche conto del peso del cognome che si ritrova.

Per la prima volta ora i due arzilli fratelli (quasi 72 anni l’uno, 60 anni l’altro) firmano insieme un album, pubblicato dalla Deutsche Grammophon (hai detto niente!): un dialogo a distanza (e alla distanza: le prime tracce sono datate 2005) tra le miniature melodiche di Roger e le manipolazioni di Brian, in corrispondenza digitale via MIDI. Il processo ricorda (tanto, troppo?) quello già adottato per Finding Shore, l’album del 2017 di Tom Rogerson with Brian Eno, nella recensione del quale chi scrive già evocava ricorsivamente la produzione del già citato Voices di 35 anni fa (che a questo punto non possiamo non invitare a riscoprire). Così come con Rogerson (anzi qui di più: non with, ma and), la presenza del nome di Brian sulla (bella!) copertina di Mixing Colours è il lead magnet per attrarre attenzione e ascolti.

Un prezioso endorsement, da parte di chi ha fatto del non-agire un’arte: con un’invidiabile capacità di resistere alla tentazione di (ri)toccare troppo, gli interventi di postproduzione del fratello maggiore sui gentili carillons sonori speditigli dal fratello minore sono minimali e apollinei. Ed è giusto così: se non si hanno pretese rivoluzionarie, il tutto suona impunemente piacevole, in grado di rinfrancare lo spirito scivolando via come acqua leggermente tiepida (anzi, temperatura ambiente). Bozzetti fatti di nulla, pervasi da un’impalpabile, inoffensiva, invidiabile serenità. Con i tempi che corrono, non è da poco.

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