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A meno di un anno di distanza dall’uscita del doppio LφVE & EVφL ritorna il terzetto dei Boris. Nato sull’onda delle emozioni contrastanti che l’emergenza sanitaria causata dalla pandemia ha suscitato nei membri della band – Takeshi voce e chitarre, Wata voce chitarre e Atsuo alla voce e percussioni – NO è una sorta di instant album nell’intenzione e nel risultato finale una raccolta di brani tra i più urgenti e feroci da loro mai prodotti.
Cantato eccezionalmente per la quasi totalità nello loro lingua madre, il giapponese – espediente questo che sottolinea ancora di più la necessità di esprimersi ad un livello diretto, senza filtri e mediazioni, puramente viscerale – il disco li vede rinuciare al largo spettro di influenze e soluzioni stilistiche e sonore che li ha sempre contraddistinti privilegiando un approccio brutale, “in your face”, che schiaccia il pedale dell’accelleratore e non molla per quasi tutta la durata degli undici brani che lo compongono.
Emblematico in questo senso il pezzo che ha preannunciato l’uscita del longplayer: intitolato Loveless, viene messo in moto da un intro degno dei primi Smashing Pumpkins e si chiude con un inversione ad U sludge sabbathiana, mentre il cuore del brano batte all’impazzata in un rabbioso assalto frontale su ritmiche hardcore punk, quello che è anche il genere di riferimento per titoli come Anti-Gone, Non Blood Lore, Temple of Hatred, キキノウエ -Kiki no Ue e la stessa Fundamental Error, cover di una canzone della band giapponese Gudon. La monolitica, iniziale Genesis e l’etera, conclusiva Interlude fungono bene, in maniera teatrale, come apertura e chiusura di sipario, pur non aggiungendo o togliendo nulla all’impatto dell’opera.
Seppur non completamente atipico per i Boris, nel suo complesso NO si distacca abbastanza dalla loro vasta e variegata discografia per diventare episodio a sè stante, crudo ed abrasivo, ma non meno significativo. Completamente autoprodotto e distribuito, l’album riesce ad andare oltre le premesse inziali, direttamente contingenti alla situazione mondiale, per scavare ancora più a fondo, nell’intenzione di esprimere, pure se in tempi difficili, un messaggio di speranza, ma anche un invito all’unità, un esortazione alla resilienza, oltre la rassegnazione. “This is extreme healing music”, come la definisce il trio, continuando nelle note di presentazione da loro stessi stilate “International borders are ‘closed’ now. When we’re able to travel again, it will be proof that the world has moved forward. We pray for the day when we can share the same time and place again.”
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