Recensioni

Maniere e produzione sempre più eleganti e raffinate sono alla base di qualsiasi carriera ruotante attorno al concetto di downtempo. Non sfugge a questa regola Bonobo, alias con il quale il quarantenne producer britannico ora di stanza a Los Angeles Simon Green si è fatto conoscere fin dal 2000 e che lungo questi anni Dieci ha approfondito una formula rimasta fedele alla linearità ma anche in grado di rinnovarsi assorbendo, con calma e coerenza, il wonky e l’afrobeat – Black Sands, 2010 – per poi allinearsi ad una contemporaneità fatta delle istanze elettroniche londinesi più longeve e durature, dal garage revival degli ex alumni della Elliott e dintorni (Four Tet, Jamie XX e un certo William Bevan) all’elettronica organica con elementi classici di Jon Hopkins, e a tutto il massiccio recupero dell’r’n’b / soul che dall’underground internazionale ha finito per appassionare anche vecchie volpi come Thom Yorke e i filo-britannici Apparat / Moderat.
A tre anni abbondanti dal soulful The North Borders e a due dal danzereccio Flashlight EP, il suo brand di lungo corso fatto di pastose ritmiche indebitate con l’Africa (e il giappone) e delicati arpeggi campionati/microfonati da strumenti perlopiù d’aria (xilofoni, arpe à la Cocorosie, campane à la Pantha Du Prince, ma non mancano neppure gli strumenti a corda) torna oggi più curato, arioso e cosmopolita che mai, adatto ad una contemporaneità che chiede all’ambient e al pop più risposte, e maturo a sufficienza da incorporare elementi sinfonico-cinematografici dalle parti di Dustin O’Halloran e Erased Tapes senza appesantire troppo l’insieme. Il mix complessivo, del resto, ha acquistato in definizione: i dettagli concreti si sono fatti più HD, e così gli elementi focali del sound risultano ora maggiormente organici, vivi, parti integranti di un coerente e colorato mondo virtuale, proprio come quello che non molto tempo fa Machinedrum ha apparecchiato per se stesso e nell’album di Dawn, segnando a sua volta una svolta in direzione pop – intesa sempre in senso molto ampio – nella sua carriera.
Aspetti quest’ultimi che si fondono in una dimensione già pronta per il concerto perfezionata in precedenza (un esempio su tutti il live con la big band all’Alexandra Palace di Londra del 2015 e un brano in scaletta come Ontario), e che fanno di Migration l’album più completo e meglio prodotto finora da Simon Green, ma anche quello che porta a galla alcuni limiti di lungo corso di una formula sbilanciata sul lato della produzione rispetto all’autorialità. Se nel precedente disco un pezzo come Cirrus sembrava rubato a Four Tet (e prima ancora uno come Kiara prendeva di peso il sound alternative hip hop di Los Angeles fine Duemila), qui brani come Outlier, Kerala e la moderatiana No Reason (con Nick Murphy / Chet Faker al canto) sono i nuovi esempi di appropriazione di soluzioni consolidate sulla piazza elettronica. Sacrosanto che Green attinga e riconduca ciò che lo ha colpito ai suoi ora alti standard produttivi, ma la sensazione è che a prevalere sia il metodo, l’esperienza e il posizionamento del brand sulla visione artistica. Non sfugge a questa logica il prestito dall’house tribale di Bambro Koyo Ganda con i marocchini Innov Gnawa, che ricorda le sperimentazioni post-coloniali di un Clap!Clap!, una produzione che, come altre in scaletta, colpisce al primo ascolto ma rischia alla lunga un imbalsamante “effetto cartolina”.
Migration in pratica non esce completamente dal paradigma downtempo ed è per questo che a tratti risulta (splendidamente) tautologico, nel complesso però la coerenza e l’unità nel variegato e complesso numero di soluzioni messe in campo ripaga e i momenti d’incanto non mancano, vedi il pezzo con Rhye ma anche l’ottima Grains. Peccato, infine, per la citata No Reason con Murphy: poteva essere la hit del disco e invece sembra un aggiornamento dello Sting etnico-dance di inizio anni Zero.
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